Referendum: i quesiti e le posizioni dei partiti

In mezzo anche polemiche per la scarsa copertura mediatica dei quesiti referendari

Referendum: i quesiti e le posizioni dei partiti

Domenica 12 giugno, nel giorno in cui si terrà anche la tornata elettorale per le amministrative, 51 milioni e mezzo di cittadini italiani aventi diritto al voto saranno chiamati a pronunciarsi sui cinque referendum sulla Giustizia promossi da Lega e Partito Radicale, giudicati ammissibili a febbraio dalla Corte costituzionale e indetti dal presidente della Repubblica per decreto il 6 aprile scorso. Perché ciascuna consultazione sia valida, come stabilisce l’articolo 75 della Costituzione, dovrà partecipare alla votazione la maggioranza degli aventi diritto (il cosiddetto “quorum”). Trattandosi di referendum abrogativi, affinché la legge oggetto del quesito sia abrogata, la maggioranza dei voti espressi dovrà essere un sì.

Su cinque quesiti tre – quelli relativi alla separazione delle funzioni dei magistrati, all’intervento degli avvocati nei consigli giudiziari e alla cancellazione delle firme per le liste di candidati al Csm – toccano materie sulle quali intervengono anche alcune norme contenute nella riforma dell’ordinamento giudiziario e del Consiglio superiore della magistratura disegnata dalla riforma Cartabia.

A fine aprile la Camera aveva dato il via libera per la riforma del Csm con 328 voti a favore, 41 contrari, 25 astenuti, su 394 deputati presenti e 369 votanti. Aveva votato sì alla riforma la maggioranza, tranne Italia Viva che si era astenuta parlando di “miniriforma”, si erano espressi contro Fratelli d’Italia, mentre 13 dissidenti grilllini non avevano partecipato al voto finale. Ma Forza Italia e la Lega non avevano nascosto la loro delusione per la riforma, puntando sui referendum del 12 giugno.

E tre giorni dopo il referendum, mercoledì 15 giugno, l’ultima delle tre riforme di Cartabia, quella del Csm, arriverà in aula al Senato per il voto finale. L’intersecarsi dei referendum con la conclusione della riforma Cartabia è uno dei fattori che concorrono a determinare il significato politico della consultazione, insieme al contenuto dei quesiti proposti, alle posizioni assunte dai partiti e alla percentuale di partecipanti al voto, oltre, naturalmente, all’esito del voto stesso.

La consultazione popolare non è inutile nonostante sia seguita dopo tre giorni dal voto al Senato. Potrebbe pesare proprio nell’aula del Senato. Perché nonostante le intenzioni riformiste della ministra Cartabia è possibile che si tenti, mediante modifiche parlamentari, di annacquare la sua riforma o che il governo lasci cadere il disegno di legge delega o ne riduca l’ambito. Quindi, una vittoria dei sì darebbe forza alle componenti riformiste di Parlamento e governo. Il parlamento, una volta approvati i referendum, sarebbe spinto a modificare la riforma Cartabia in modo corrispondente. Se non lo facesse i promotori del referendum potrebbero aprire un contenzioso. Ma anche in caso di mancato raggiungimento del “quorum” il numero dei partecipanti e quello dei sì e dei no avrà la sua importanza politica. Un numero alto di partecipanti e di sì assumerebbe un significato politico, sarebbe il segnale di una svolta in un paese che ha espresso partiti come IdV e M5S, e in cui non di rado succede che vengano chiamati “giudici” i magistrati requirenti.

Ora vediamo i contenuti dei cinque quesiti su cui siamo chiamati a votare.

Riforma del Csm

Il Csm (Consiglio superiore della magistratura) è l’organo di autogoverno della magistratura. Ne fanno parte, per diritto: il presidente della Repubblica, che lo presiede, il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione. Gli altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati (componenti chiamati membri togati), per un terzo dal Parlamento in seduta comune (componenti chiamati membri laici). Se oggi un magistrato si vuole proporre come membro del Csm deve raccogliere almeno 25 firme di altri magistrati a sostegno della sua candidatura. L’abrogazione della norma consentirebbe al singolo magistrato di presentare la propria candidatura senza l’appoggio delle correnti politiche interne al Csm. Obiettivo dei promotori del referendum è ridurre il peso delle correnti nella individuazione dei candidati e diminuire il potere delle “correnti”, i gruppi con orientamento politico rappresentati nell’Associazione nazionale magistrati. Sull’argomento interviene l’articolo 33 dell’attuale riforma del Csm contenuta nel pacchetto Cartabia.

Valutazione dei magistrati

La professionalità dei magistrati, ogni quattro anni, è oggetto di valutazioni del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei Consigli giudiziari che si esprimono con pareri motivati, ma non vincolanti. Il corpo normativo di riferimento (d.lgs. 25/2006) regola la composizione e le funzioni del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei Consigli giudiziari. Tra i principali compiti di questi ultimi, operanti a livello distrettuale, vi è la formulazione di pareri finalizzati alla valutazione di professionalità dei magistrati da parte del Csm; analogo compito è svolto dal Consiglio direttivo in relazione ai magistrati in servizio presso la Suprema Corte o la Procura generale. Entrambi gli organi hanno composizione mista: accanto ai magistrati ne fanno parte esponenti dell’avvocatura e professori universitari (oltre che, a livello locale, un rappresentante dei giudici di pace). Il quesito chiede che la componente laica, avvocati e in alcuni casi professori universitari in materie giuridiche, del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei Consigli giudiziari non sia esclusa da tali discussioni e valutazioni che hanno a che fare con la professionalità dei magistrati. Lo scopo dei promotori del quesito è rendere più oggettivi e meno autoreferenziali i giudizi sull’operato dei magistrati con la partecipazione di soggetti estranei all’ordine giudiziario. Sul punto, interviene pure l’articolo 3 della riforma Cartabia, una norma di delega (e non di diretta applicazione) che apre al solo intervento dell’avvocatura nei consigli giudiziari.

Separazione delle carriere dei magistrati sulla base della distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti

La funzione requirente è quella del pubblico ministero, che in un processo è il magistrato che rappresenta l’accusa. La funzione giudicante è quella del giudice del processo, magistrato super partes perché chiamato a giudicare. Oggi i magistrati, nel corso della loro vita professionale, possono passare da una funzione all’altra, con delle limitazioni, per non più di quattro volte. L’abrogazione voluta dal referendum eliminerebbe del tutto la possibilità per i magistrati di passare una o più volte dalla funzione giudicante a quella requirente (o viceversa) durante la propria vita professionale. Obiettivo: una netta separazione tra i magistrati che accusano e quelli che giudicano per garantire maggiori garanzie di “terzietà” dei giudici. Sulla questione, è contenuta una previsione anche nella riforma Cartabia, l’articolo 12, che va nella medesima direzione senza azzerare i passaggi, ma riducendoli dagli attuali quattro a uno

Limiti agli abusi della custodia cautelare

La custodia cautelare è prevista dall’art. 274 del codice di procedura penale che disciplina le misure cautelari. Le misure cautelari sono dei provvedimenti emessi nel periodo intercorrente tra l’inizio del procedimento penale e l’emanazione della sentenza. Vengono adottati dall’autorità giudiziaria per evitare che si verifichino alcuni pericoli: 1) difficoltà nell’accertamento del reato; 2) difficoltà nell’esecuzione della sentenza; 3) possibilità che vengano compiuti altri reati o che si aggravino le conseguenze di un reato. Il referendum mira a restringere l’ambito delle esigenze cautelari che consentono l’applicazione di una misura, proponendosi di intervenire sul pericolo di reiterazione del reato ed eliminare la possibilità di abuso della custodia cautelare, con forme di restrizione della libertà in assenza di un accertamento definitivo della responsabilità penale.

Abolizione del decreto Severino

Il decreto legislativo che il referendum vuole abrogare è meglio conosciuto come “decreto Severino” uno dei decreti legislativi che rappresenta uno dei più ampi interventi normativi di contrasto alla corruzione dell’ultimo decennio. Prevede una serie di misure per limitare la presenza nelle cariche pubbliche elettive di soggetti autori di reato: a) il divieto di ricoprire incarichi di governo, l’incandidabilità/ineleggibilità alle elezioni politiche o alle elezioni amministrative, ovvero la decadenza da tali cariche, in caso di condanna definitiva per determinati delitti, anche se commessi prima dell’entrata in vigore del decreto stesso e b) in caso di condanna non definitiva, la sospensione per 18 mesi dalla carica in via automatica (opzione legislativa di recente giudicata legittima dalla Corte costituzionale con la recente sentenza n. 35/2021). Del decreto Severino viene chiesta l’abrogazione integrale. Se ciò avvenisse, tornerebbero a essere i giudici a decidere, caso per caso, se in caso di condanna sia necessario applicare o meno come pena accessoria anche l’interdizione dai pubblici uffici.

Le posizioni dei partiti

Ora vediamo le posizioni dei partiti sui referendum e le prospettive di affluenza al voto e gli orientamenti dell’elettorato. Chi è a favore e chi è contro gli obiettivi dei referendum?

La posizione assunta dai parti nella votazione alla Camera è già indicativa. Ovviamente sostengono i quesiti i partiti che li hanno proposti. Pieno sì, dunque, dei Radicali e della Lega. Sì anche da parte di Azione di Carlo Calenda ed Enrico Costa, di Forza Italia, con Antonio Tajani che parla di quesiti che servono «per completare la riforma Cartabia che stiamo sostenendo in Parlamento». Mauro Gradi, unico membro ligure della direzione nazionale di +Europa, il partito di Emma Bonino, da sempre sostenitore degli obiettivi referendari, dichiara a Liguria Business Journal: «Senza scomodare il caso Tortora emblema della mala giustizia italiana, invito i lettori ad ascoltare o riascoltare le parole di una bellissima canzone di Roberto Vecchioni dal titolo ‘Signor Giudice’ dedicata ad un giudice che illegittimamente si era dimenticato il prof. Vecchioni in galera. In buona sostanza, andiamo a votare e possibilmente con 5 SÌ per una giustizia più giusta e responsabile: no allo strapotere della magistratura e ai magistrati controllori/controllati, sì a un’effettiva parità tra accusa e difesa che presuppone la non appartenenza al medesimo ordine di giudici e pubblici ministeri».

Fratelli d’Italia boccia il quesito sulla custodia cautelare che con il sì non sarebbe più possibile qualora ricorra il pericolo di ricadere nello stesso reato. A favore dei quesiti i renziani, anche se scettici sul raggiungimento del “quorum” perché i tre bocciati dalla Consulta (responsabilità civile diretta dei giudici, eutanasia, cannabis libera) sarebbero stati il vero traino. Nei giorni scorsi, parlando alla Scuola politica della Lega, il leader di Italia Viva aveva dichiarato: «Parliamici chiaro, ragazzi: che il quorum sia raggiungibile, dopo che sono saltati tre referendum fondamentali, non lo so. Sicuramente, io voto a favore. Che passino o no i referendum, il tema della giustizia non finisce qui». È prevedibile che Renzi dia battaglia in Senato. Del resto l’ex presidente del consiglio non ha avuto remore nello sparare bordate micidiali contro chi ritiene responsabile dei guasti nella magistratura. Presentando il suo libro “Il Mostro” presso la Camera dei deputati, ha definito la riforma di Bonafede «dannosa», quella Cartabia «inutile» e a proposito del “caso Palamara” ha detto: «qualcuno ha pensato di farlo diventare capro espiatorio di un sistema che tutti utilizzavano, sono testimone del fatto che era utilizzato da tutte le correnti».

Nel Pd l’indicazione di Enrico Letta è votare no, perché i quesiti «creano più problemi di quanti ne risolvano» e soprattutto «non è con i referendum che si fa una riforma complessiva». La responsabile Giustizia dei dem, Anna Rossomando, punta tutto sulla riforma Cartabia.

Il Pd legittima comunque la dissidenza del gruppo “garantista”, che comprende Marco Bentivogli, Stefano Ceccanti, Enrico Morando, Claudio Petruccioli, Michele Salvati, Giorgio Tonini, Claudia Mancina, Magda Negri. In un appello i garantisti del Pd hanno scritto che «una partecipazione consapevole dei cittadini nel referendum, raggiungendo il quorum o avvicinandosi ad esso, può aiutare il lavoro positivo che il Parlamento sta facendo in materia di giustizia» e invitano a votare sì a tre referendum, sulla separazione delle funzioni, sugli avvocati nei consigli giudiziari, sulle firme necessarie ai giudici per candidarsi al Csm.

Assolutamente contrario ai referendum M5S. Il presidente Giuseppe Conte definisce i quesiti «frammenti normativi che sembrano quasi una vendetta della politica nei confronti della magistratura».

Le polemiche riguardano anche l’attenzione prestata dai media ai quesiti referendari che, almeno stando ai sondaggi di alcuni giorni fa, rischiano di non avvicinarsi neppure al 50% degli aventi diritto al voto. In un’intervista Repubblica Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli Esteri, di +Europa, dichiara che «Il referendum sulla giustizia è assente dalla discussione pubblica, resta in una ristrettissima cerchia della politica, quindi l’astensione ha gioco facile … Siamo a due settimane dal voto e, a parte le tribune tv che hanno ascolti bassissimi, non c’è un vero dibattito».

Per ancorarci a un dato obiettivo riportiamo quanto ha pubblicato l’Ansa il 6 giugno scorso.

“Mancano pochi giorni al 12 giugno quando gli italiani saranno chiamati a esprimere la loro opinione sui cinque referendum, promossi da Lega e Radicali, relativi alla giustizia. Secondo un sondaggio, condotto da Swg per La7 tra il 18 e il 23 maggio, l’affluenza dovrebbe essere compresa tra il 26 e il 30% degli aventi diritto. Una percentuale che non consentirebbe di raggiungere il quorum. Tra coloro che hanno intenzione di andare a votare per quanto riguarda la limitazione della custodia cautelare e l’abolizione della “legge Severino” prevarrebbe il no, mentre per gli altri tre quesiti a vincere sarebbe il sì. Non solo la propensione ad andare a votare è molto scarsa ma dei cinque quesiti referendari si parla davvero poco, almeno in televisione. Infatti stando ai dati dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni tra il 22 ed il 28 maggio scorso i TG della Rai hanno dedicato l’1.10% del totale del tempo ai referendum, mentre nei programmi extra-TG si scende addirittura allo 0.33%. Maggiore il tempo dedicato dai Tg Mediaset ma si resta comunque al 1.45% e all’1,19% per i talk show. Ancor più marginale il tempo dedicato dalle altre emittenti con Discovery che addirittura non ne parla mai. Insomma, parrebbe che gli italiani abbiano altri pensieri, a cominciare dalle conseguenze economiche e sociali del conflitto in Ucraina, e che anche l’informazione televisiva non spinga sull’argomento. Per approfondire Ansa e DataMediaHub hanno analizzato le conversazioni online (social + news online + blog e forum) negli ultimi trenta giorni relativamente appunto ai referendum. Dal 7 maggio al 5 giugno sono state poco più di 12 mila le citazioni online, in italiano, di referendum, da parte di circa 38 mila utenti unici, i cui contenuti hanno coinvolto (like + reaction + commenti e condivisioni) quasi 632 mila persone. A partire dall’inizio di giugno si vede un incremento nelle conversazioni giornaliere sul tema ma si resta comunque su volumi relativamente scarsi rispetto ad altre analisi da noi condotte su altre tematiche”.

Se poi consideriamo il fatto che a interrompere il silenzio delle televisioni ha contribuito un monologo di Luciana Littizzetto andato in onda nell’ultima puntata di “Che Tempo Che Fa” su Rai3 (del resto giorni fa, su Rete 4, a discutere sulla vicenda Russia-Ucraina c’era anche Alba Parietti), si ha l’impressione che il sistema dei media italiano, forse più per disinteresse e per formazione culturale che per partito preso, alla dibattito sulle questioni referendarie stiano dando un contributo modesto.

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