Un buon thriller comincia con una scena nel pieno dell’azione in modo da coinvolgere subito il lettore, le spiegazioni vengono dopo, ed è l’azione il motore della vicenda, secondo il principio attribuito a Raymond Chandler «Quando le cose rallentano, fai entrare un uomo con una pistola». È una regola codificata alla quale si attengono gli autori di successo. Può anche essere che la scena iniziale non sia nel pieno dell’azione ma ci stimoli ad attenderne lo svolgimento. Il romanzo di Javier Marías, “Tomás Nevinson” (traduzione di Maria Nicola, Einaudi) è un thriller, una storia di spionaggio ma non segue affatto questi principi. Inizia con una lunga serie di digressioni e prosegue con continue dilazioni della trama. Ogni “fatto”, che a volte è un episodio di cronaca realmente accaduto, a volte è inventato dall’autore, viene preceduto e seguito da lunghe riflessioni del protagonista. Eppure il romanzo è avvincente e incatena chi lo legge per quasi seicento pagine.

Non avendo l’abilità di Javier Marías nel tenere avvinto il lettore, riassumiamo subito la trama del racconto. Il protagonista, Tomas Nevinson, è un agente dei servizi segreti britannici. Scomparso per dodici anni per motivi che nel romanzo sono appena accennati, verso la metà degli anni Novanta viene richiamato in azione per un’operazione concertata dai servizi segreti spagnoli e britannici, alleati contro i terroristi dell’Eta e dell’Ira. Il suo compito è individuare e uccidere una donna che nel 1987 aveva preso parte ad almeno due atroci attentati dell’Ira e dell’Eta. E che potrebbe collaborare ad altre stragi. E in ogni caso, come spiega a Nevinson il suo superiore, non può restare impunita.

Giustizia ritardata o vendetta? È lecito uccidere una persona per prevenire stragi che potrebbe commettere quando questa persona da dieci anni sembra essere inattiva e potrebbe essere cambiata? Essere un’altra? Le riflessioni di Tomas Nevinson (e di Javier Marias) ruotano intorno a questi temi. Tanto che il romanzo è sì un thriller ma è anche una riflessione sui limiti del male che è lecito compiere “per evitare un male peggiore”. Nevinson è indeciso fino all’ultima scena, che conclude la vicenda. Le digressioni, quindi, non sono intoppi allo svolgimento del meccanismo narrativo, ne fanno parte essenziale e,  anziché allontanare il lettore,  catturano la sua attenzione. E le numerose citazioni, soprattutto di Shakespeare, di cui la scrittura di Javier Marias è intessuta – anche grazie al fatto che tanto Tomas Nevinson quanto il suo enigmatico superiore, Bertram Tupra, sono due appassionati di letteratura – non appaiono abbellimenti esteriori ma risultano essere essenziali per rappresentare lo scenario in cui azione e riflessione si fondono.

Alla fine Tomàs Nevinson decide. Non sveleremo, come ovvio, quale sia la decisione. Che è opposta a quella che gli avremmo fatto prendere noi, e senza lunghe riflessioni: ma il compito della letteratura non è quello di fornire manuali di comportamento bensì di rappresentarci la complessità del mondo e della nostra stessa umanità, mettendone in luce aspetti che noi non avremmo capito o avremmo visto solo confusamente. Aspetti che si possono mettere a fuoco ma che restano contradditori, lo stesso protagonista non è sicuro di avere preso preso la decisione giusta, e in ogni caso ne prova rimorso, come senza dubbio avrebbe provato rimorso se avesse deciso diversamente.

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