Diversificazione è la parola d’ordine, ma arrivare all’indipendenza dal gas russo è oggettivamente complesso, se si ha fretta. Se n’è parlato al Palazzo della Borsa di Genova con il convegno “Transizione energetica al buio?“, appuntamento di dialogo e confronto organizzato dall’assessorato allo Sviluppo economico della Regione Liguria per affrontare il tema della crisi energetica, cercando, con esperti del settore, di capire quali strumenti di mitigazione possano rivelarsi necessari per limitarne gli effetti.

«La guerra in Ucraina ci ha fatto rendere conto tutti di cosa voglia dire dipendere dall’energia: è un errore strategico enorme avere una sola sorgente. Dobbiamo avere una coscienza critica per capire quali sono le alternative, perché non è neanche possibile pensare di produrre tutto all’interno dei nostri confini. Ma non possiamo neanche dire: ‘Basta, torniamo al carbone’. Non possiamo tornare indietro, è un errore enorme». Lo ha detto il sindaco di Genova, Marco Bucci, intervenendo al convegno “Transizione energetica al buio“, organizzato dalla Regione Liguria. Lo riporta l’agenzia Dire.

Il sindaco aggiunge «La nostra direzione è continuare la strada verso la decarbonizzazione e aumentare le fonti energetiche primarie e dobbiamo fare in modo che l’energia che produciamo sia verde».

«La guerra ha sicuramente aggravato la situazione, aumentando la volatilità e la complessità dei mercati che subiranno, non solo il ripensamento nelle tempistiche e nelle modalità, ma anche un riposizionamento delle fonti di approvvigionamento in termini geopolitici – sottolinea l’assessore regionale allo Sviluppo economico Andrea Benveduti – Ma è evidente che il mix energetico proposto si è rivelato nei fatti irrealistico. Con il convegno odierno abbiamo acceso un faro sulla genesi che ha innescato questa crisi, sentendo dalla voce di importanti esperti del settore la necessità di rivedere tale programmazione con interpretazioni più realistiche che possano gradualmente accompagnare nel tempo questa transizione, senza creare squilibri economici che mettano a rischio l’esistenza propria dell’economia. Focalizzandoci su una delle aree di possibile intervento della Regione, le comunità energetiche sono una forma innovativa di bilanciamento tra generazione diffusa e assorbimento che, soprattutto in riferimento a soggetti meno strutturati e di piccole dimensioni, può offrire un’alternativa importante di autoproduzione e autoconsumo di energia. Identificare modi, tempi e spazi con cui l’amministrazione regionale può da un lato essere regista tra i soggetti pubblici o privati interessati a queste iniziative e dall’altro intervenire a supporto di quelle situazioni di maggiore criticità economica che è necessario non lasciare marginalizzate nell’adozione di questo strumento, ci permetterà di predisporre un modello plug-in da presentare a tutto il territorio ligure interessato».

Bucci guarda con favore anche al nuovo nucleare, «con la seria possibilità che dall’Italia venga fuori la prima industrializzazione di un sistema serio di fusione, ovviamente non inquinante e senza isotopi radioattivi, quindi un nuovo tipo di energia».

Il sindaco lancia anche una nuova sfida: «Non dimentichiamoci del mare: non produciamo energia dal mare, dovremmo spingere su questo tema come sta facendo, ad esempio, l’Australia. Questa fonte è completamente inutilizzata, dobbiamo spingere come aziende e Università: dal mare si può produrre un sacco di energia, è possibile che non siamo ancora in grado di farlo?».

Nel convegno presente anche Iren che, attraverso le parole del suo amministratore delegato Gianni Vittorio Armani, sottolinea la questione dell’idroelettrico: «Abbiamo dimenticato che è la nostra fonte rinnovabile principale. La metà della nostre concessioni è scaduta da tempo e l’altra metà scade nel 2029, periodo troppo breve per fare qualunque tipo di investimento. È necessario che l’Italia pensi a come sviluppare quelle concessioni. Bbisogna avere un orizzonte di lungo termine sulle concessioni idroelettriche, su cui basiamo gran parte della nostra energia rinnovabile».

Secondo Armani, inoltre che «riattivare le centrali a carbone non è la scelta ambientalmente più intelligente, ma nel caso dell’Italia porta a evitare sei miliardi di metri cubi di gas importato, rispetto ai trenta che importiamo dalla Russia. Nove miliardi possono venire dall’Algeria, altro Paese non particolarmente stabile. Poi, si può investire nella rigassificazione con terminali Gnl e sulle fonti rinnovabili».

Tra gli altri interventi suggeriti da Armani, la gestione dei rifiuti, convertendo l’umido in biogas e utilizzando la termovalorizzazione. «Non c’è una singola soluzione, ma ogni tassello dà un contributo  questa è necessariamente una crisi temporanea: nel giro di due, tre anni abbiamo le capacità di uscirne. Abbiamo lavorato a livello europeo per bloccare gli investimenti nel gas. Pur essendo in un percorso di transizione energetica, questo ha contribuito a rendere il nostro continente più dipendente dalle importazioni. Siamo passati da venti miliardi di metri cubi a tre miliardi di metri cubi di produzione di gas da giacimenti nazionali nel giro di dieci anni. Pur avendo riserve di gas, abbiamo aumentato la nostra dipendenza dall’estero. Situazione particolarmente pericolosa perché l’energia è alla base totale del nostro benessere».

Armani fa un esempio calzante: «Se domani il caffè al bar passasse da 1,2 euro a dodici euro, non lo prenderemmo. Invece, l’energia costa dieci volte di più di un anno fa, ma continuiamo a comprarla e non abbiamo avuto una singola riduzione di consumo. Ci chiediamo se sia etico continuare a comprare energia di fatto finanziando attività di invasione su un Paese europeo, ma nel breve non possiamo farne a meno».

Sabato scorso Pier Luigi Bersani, in un evento della Fondazione Diesse, aveva ribadito come la strada tracciata durante il suo ministero sulla creazione di rigassificatori come quello di Rovigo, sia stata interrotta con il cambio di governo e il passaggio di testimone a Claudio Scajola, che preferì, nel 2008, fare dichiarazioni sul ritorno nucleare all’assemblea di Confindustria, una strada poi mai veramente intrapresa: «A quest’ora − sottolinea Bersani − ne saremmo fuori dalla questione del gas russo, invece no».

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