«Serviva una guerra per far capire all’Italia quanto sia importante sfruttare i propri giacimenti di idrocarburi o costruire una politica energetica chiara?» ha detto giorni fa il presidente di Federpetroli Italia, Michele Marsiglia, in un’intervista al sussidiario.net (vedi qui). Secondo Marsiglia, «l’Italia in 5-10 anni può arrivare a produrre il 54% del proprio fabbisogno di petrolio e gas».

Il fatto è che, come noto, i movimenti No Triv, no gas, no petrolio, no gasdotto, (come No Tav, No Terzo Valico, No Gronda, ecc…), no tutto, sono stati presi sul serio dai decisori politici e, finora, al nostro gas e petrolio abbiamo rinunciato. Non solo per la cosiddetta “sindrome Nimby (“not in my back yard”) che di per sé ha una componente razionale e si può affrontare con il dibattito pubblico e la contrattazione (ti concedo tot se mi permetti di fare questo nel tuo backyard) ma per avversione verso l’industria e la tecnologia.

Prima vittima dei no tech, ancor prima del petrolio, del gas e delle grandi opere infrastrutturali, è stata l’energia nucleare. L’Italia fin dagli anni Sessanta era ben avviata nella produzione di energia nucleare ma due eventi hanno cambiato il corso della nostra storia energetica: il 28 marzo 1979 avvenne l’incidente di Three Miles Island: la fusione parziale del nocciolo dell’omonima centrale nucleare, in Pennsylvania. Non ci furono  vittime e feriti, ma piccole quantità di gas radioattivo si dispersero nell’ambiente. E l’effetto sull’opinione verso il nucleare fu negativo. Il 26 aprile 1986 si verificò il disastro di Chernobyl. L’effetto  in questo caso fu devastante. L’ 8 e il 9 novembre 1987 il popolo italiano si recò alle urne per votare cinque referendum abrogativi. Tre di essi riguardavano la situazione del nucleare in Italia. Non direttamente l’esistenza di centrali a energia nucleare ma il loro significato era chiaro. Il quorum per tutti e tre i quesiti fu raggiunto a larga maggioranza e i «sì» furono nei tre casi superiori al 70%. E per il nucleare italiano fu la fine (in quell’occasione gli italiani furono chiamati a esprimersi, tra l’altro, anche sulla responsabilità civile dei giudici. Anche in questi casi vinsero i “sì” ma le conseguenze ebbero un impatto molto meno forte).

Nel 2008 l’allora ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola annunciò l’intenzione di riportare l’Italia al nucleare entro il 2020: «Se coprissimo – spiegò – il 25% del nostro fabbisogno col nucleare, il 25% con le rinnovabili e il 50% con le fonti fossili tradizionali, gas e carbone pulito, avremmo un mix energetico equilibrato che ci permetterebbe di affrontare il futuro con sicurezza e a minori costi». Italia dei valori, che per certi aspetti e per la statura intellettuale di alcuni dei suoi esponenti e seguaci si direbbe un precursore di M5S, promosse un referendum anti-atomo, la campagna elettorale venne affidata al Comitato “Vota Sì per fermare il nucleare” composto da una parte rilevante del mondo dell’associazionismo italiano, non solo ambientalista. L’11 marzo del 2011, lo tsunami proveniente dall’Oceano Pacifico raggiunse la centrale nucleare di Fukushima in Giappone, provocando il disastro nucleare che tutti conosciamo. Il referendum su “abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio di energia elettrica nucleare” si tenne, insieme ad altri tre, giusto tre mesi dopo, il 12 e 13 giugno 2011, arrivò al 56,99% dei votanti e e ottenne il 94,1% di sì. Furono canti e balli, bandiere colorate, brindisi e abbracci tra i sostenitori dei “sì”, in tutte le città d’Italia.

Ora la guerra in Ucraina, le sanzioni e la prospettiva di perdere gas e petrolio della Russia non fanno venire voglia di cantare e ballare. Ed è il momento per leggere “Il futuro dell’energia nucleare” di Celso Osimani e Ivo Tripputi (edizioni IBL Libri). Perché, contrariamente a quanto pensano molti osservatori, l’energia nucleare, o meglio la produzione di energia elettrica generata dal calore della fissione nucleare, non è affatto superata. Gli autori osservano che oltre alle centinaia di reattori nucleari in esercizio nel mondo, molti progetti innovativi sono in corso di sviluppo, la maggior parte dei quali è in fase avanzata e pronta per essere realizzata. Sono pertanto tantissime le iniziative volte a sviluppare reattori a fissione di nuova generazione che possano superare i problemi che si sono evidenziati nelle generazioni passate e attuali e, soprattutto, le perplessità e le paure che circolano tra i non addetti ai lavori in merito alla loro sicurezza o alla gestione dei rifiuti radioattivi.

Obiettivo del libro è quello di dare al lettore una visione panoramica sull’evoluzione di una tecnologia che, ancora prima della guerra russo-ucraina, era stata riproposta all’attenzione dell’opinione pubblica dal dibattito sulla transizione energetica. Il nucleare, che non contribuisce alla produzione di gas-serra, si pone sempre più come uno dei principali strumenti per affrontare le questioni ambientali, insieme alle fonti di energia rinnovabile. L’Italia avrebbe quindi bisogno di una strategia politica largamente condivisa, di una informazione e condivisione popolare di queste decisioni e dell’avvio di un programma importante basato su collaborazioni internazionali.

È realistico ipotizzare che il nostro Paese, altamente industrializzato e grande consumatore di energia, possa realizzare un giorno quel mix di fonti energetiche a cui puntava Scajola nel 2008, magari con un significativo apporto di idrocarburi made in Italy? Le competenze ci sarebbero, la nostra industria sta lavorando per costruire centrali nucleari all’estero, nel 2009 Confindustria avviò un gruppo di lavoro che dimostrò come il 90% del valore di una centrale nucleare poteva essere realizzato in Italia da industrie italiane, l’attuale governo sarebbe in grado di impostare una strategia energetica adeguata e di avviare le collaborazioni internazionali necessarie. Sono l’informazione e la condivisione popolare, che in larga parte ne dipende, a lasciare perplessi. Viene da pensare agli inevitabili talk show, con professori, esperti, tecnologi, ecc… messi a dialogare con personaggi pittoreschi, che di energia non sanno nulla ma sono più comprensibili per buona parte degli spettatori, trasformano il dibattito in un pollaio, e ci immaginiamo nuove bandiere e lenzuolate.

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