Carige, come essere banca del territorio

Carige, come essere banca del territorio

È fatta. Dopo dieci anni difficili e l’avvicendarsi di tre presidenti e tre amministratori delegati, un periodo di commissariamento di un anno e mezzo imposto dalla Bce che ha di fatto estromesso il principale azionista, Malacalza Investimenti, con l’accordo di ieri sera Carige entra a far parte del quarto polo bancario italiano. La banca ligure e Bper daranno vita a un player da oltre 155 miliardi di attivi (22 portati da Carige) con più di cinque milioni di clienti (800 mila provenienti dall’istituto ligure) e 2.100 filiali (380 circa di Carige) che supererà Mps, resterà ancora molto al di sotto rispetto a Intesa Sanpaolo e Unicredit ma si collocherà sullo stesso piano di Banco Bpm. Se consideriamo la capitalizzazione in milioni di euro a Piazza Affari vediamo Intesa Sanpaolo 53.879, Unicredit 33.639, Banco Bpm 5347, Bper 2.814, Carige 591.

Un player robusto, con una mission chiara, bene patrimonializzato e radicato sui territori di riferimento e con un profilo netto: quella di banca commerciale, forte nel retail ma ben affermato anche nel private banking e nell’offerta di servizi finanziari evoluti, grazie anche alla Banca Cesare Ponti, portata in dote da Carige. Che aveva bisogno di entrare in un gruppo solido e di dimensioni tali da reggere sul mercato: nel 2021 pur essendo in ripresa e con ricavi in crescita del 12,7%, la banca ligure ha perso 90 milioni, confermando quella necessità di business combination voluta dalla Banca centrale europea. Entro giugno l’acquisizione dovrà essere perfezionata per consentire a Bper di usufruire di 370 milioni di benefici fiscali netti, con la trasformazione delle Dta in crediti fiscali. Si ritiene che le approvazioni delle autorità di vigilanza arrivino in un paio di mesi. Dopo il closing dell’operazione, un comitato operativo congiunto Carige-Bper agevolerà l’integrazione della banca ligure nel gruppo, che sarà realizzata entro l’anno. Occorrerà sciogliere gli accordi di Carige con Ibm, Amissima, Hdi, Creditis  ma il mercato guarda già al piano industriale, che Montani presenterà tra maggio e giugno. Dovrebbe essere un piano di crescita anche per linee esterne, con la progressiva assimilazione della Popolare di Sondrio, di cui Unipol, maggiore azionista di Bper, detiene il 9%.

Il centro decisionale di Carige, quindi, da Genova, dove è rimasto per più di cinque secoli, si sposterà a Modena. Significa questo passaggio la perdita per la Liguria della sua banca territoriale? Ed è un male perdere la “banca del territorio”?

Dipende da come Bper gestirà l’integrazione nel gruppo della nuova arrivata e da che cosa si intende per banca di territorio. Se Carige, che in Liguria è ramificata in maniera capillare e profonda, conserverà un certo grado di autonomia di decisione, continuerà ad assolvere alla funzione di banca di territorio. I suoi funzionari conoscono bene il tessuto economico-sociale in cui operano: se non saranno costretti a chiedere per ogni operazione il parere dei vertici del gruppo, il radicamento della banca rimarrà immutato e famiglie e aziende non vedranno allungarsi i tempi delle loro pratiche. E Carige sarà “banca di territorio” nel senso positivo del termine. Perché si può essere “banca di territorio” grazie a una conoscenza diretta del tessuto economico in cui si opera, una conoscenza a volte anche personale, delle imprese e delle famiglie che permette di valutare il merito creditizio di chi chiede un finanziamento in maniera più efficiente e in tempi più rapidi di un grande gruppo bancario che si affida principalmente agli algoritmi e a una lunga catena decisionale. Ma si può essere “banca di territorio” anche nel senso che si dipende dagli enti locali, i quali a loro volta dipendono dai partiti che li occupano, e quindi dai loro amici, e dagli amici dei loro amici. È il caso che può verificarsi quando una banca è in mano a una fondazione locale. Non per nulla i governi negli anni Novanta cercarono di favorire la fuoriuscita delle fondazioni dalle banche. Con l’entrata in vigore della legge n. 474 del 1994 furono introdotti incentivi fiscali per la dismissione delle partecipazioni detenute dalle fondazioni e nel 1998, con l’approvazione della legge di delega 23 dicembre 1998, n. 461 (cosiddetta “legge Ciampi”) e con il successivo decreto applicativo, il d.lgs. n. 153 del 1999, il legislatore provvide, da un lato, a creare i presupposti per il completamento del processo di ristrutturazione bancaria avviato con la legge del 1994 e, dall’altro, a realizzare una revisione della disciplina civilistica e fiscale delle fondazioni. A resistere nel controllo della propria banca furono la fondazione del Monte dei Paschi di Siena, con il 34,17%, e la Fondazione Carige, che arrivò al 47% del capitale azionario dell’istituto. I risultati si sono visti. Per restare dalle nostre parti, Carige è arrivata ad avere  crediti deteriorati che ammontavano al 34% del totale crediti. SE ne è liberata ma a pagando un caro prezzo. Ora  entra in un gruppo in cui la Fondazione di Sardegna detiene il 10,22%, Unipol il 18,89% e “altri azionisti” il 70,89%. Una quota così ampia di azionariato diffuso dovrebbe rendere il gruppo contendibile e sensibile alle ragioni del mercato.

Infine, la vicenda presenta un tocco di ironia della storia. Carige entrerà a far parte di un gruppo guidato dal genovese Pier Luigi Montani, amministratore delegato di Bper Banca spa dall’aprile 2021. Proprio quel Montani che nel 2013 era diventato a.d. di Banca Carige e che Vittorio Malcalza nel 2016 aveva cacciato via. Il 31 marzo 2016 all’assemblea degli azionisti Carige, l’avvocato Vincenzo Mariconda, come portavoce dei Malcalza, aveva accusato la gestione Montani di essere stata «carente sul fronte della cura assidua dell’impresa bancaria, sul rinnovo del rapporto fiduciario con la clientela» e di non avere fornito «quell’apporto di esperienze, di idee e competenze di raccordo con la rete» necessari. E Montani aveva dovuto lasciare l’incarico. Il 17 giugno 2016 il consiglio di amministrazione di Banca Carige aveva poi deliberato di agire in giudizio nei confronti del presidente Cesare Castelbarco Albani e di Montani, e di alcuni soggetti del gruppo Apollo «per ottenere il risarcimento dei danni conseguenti alla cessione delle partecipazioni di Carige nelle compagnie di assicurazione e ad altri comportamenti successivamente tenuti dai soggetti del suddetto gruppo». (Banca Carige ha poi perso la causa civile di primo grado). Malcalza intanto ha silurato altri due presidenti, Giuseppe Tesauro e Pietro Modiano, e tre a.d., Guido Bastianini, Paolo Fiorentino e Fabio Innocenzi. E non ha partecipato all’aumento di capitale proposto da Innocenzi e Modiano su impulso della Bce. Finché la Banca centrale europea gli ha sfilato il controllo della banca, affidandola nel 2019 e fino a metà 2020 a Modiano e Innocenzi come commissari assieme a Raffaele Lener.

Vittorio Malacalza e Malacalza Investimenti hanno avanzato una richiesta di risarcimento sul riassetto Carige chiedendo 482 milioni di euro di danni al Fondo interbancario italiano, anche con lo schema volontario, e alla trentina Cassa centrale banca, azionisti di Carige fino a ieri sera. (E hanno chiesto anche 875 milioni di euro di danni all’autorità di vigilanza della Bce). Il tribunale civile di Genova ha respinto la domanda risarcitoria giudicandola “inammissibile”.

E ora si guarda al futuro.

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