Passatopresente – Alle origini dell’oggi 1989-1994” di Simona Colarizi ricostruisce la transizione, non conclusa, dell’Italia dalla cosiddetta Prima Repubblica a oggi, e cerca di rispondere alle domande che tutti ci poniamo: perché cadde la Prima Repubblica? E, in particolare, perché bastarono appena due anni a dissolvere la classe politica che aveva governato l’Italia dal 1945? Il 28 ottobre 1993 le Camere approvarono in via definitiva e con maggioranza qualificata dei due terzi degli aventi diritto la riforma costituzionale che stravolgeva l’art. 68 che disciplinava la cosiddetta “immunità parlamentare”.

Una riforma che, si è visto negli anni, ha reso i deputati e i senatori succubi della connivenza tra procure e macchina dei media: il cosiddetto circuito mediatico-giudiziario (Vedi qui), sottomessi ai giudizi di valore dei magistrati. Una riforma avvenuta sotto la spinta delle piazze forcaiole ma eseguita dagli stessi politici, che si sono così resi complici di una stortura destinata a colpire per primi proprio loro.

Questa specie di suicidio avvenne soltanto in Italia. La corruzione e i finanziamenti illegali c’erano nel nostro Paese ma anche in altri, forse in misura minore, ma c’erano. Come c’erano le tentazioni della magistratura di invadere il campo della politica. «In Francia, in Spagna e in Germania, però – scrive Colarizi – di fronte a procedure lesive dei diritti e delle libertà degli indagati, era scattata la solidarietà da parte dei colleghi di partito e di altre forze politiche, come nel caso dei parlamentari spagnoli, usciti clamorosamente dal Parlamento in segno di protesta contro i giudici politicizzati».

Si potrebbe ricordare anche la vicenda di Helmut Kohl, il grande statista alla guida della Cdu per 25 anni e decisivo nella riunificazione immediata tra le due Germanie dopo il crollo del Muro di Berlino. Kohl fu accusato di avere ricevuto fondi “neri” e si rifiutò di dire da chi li avesse ricevuti. Angela Merkel, pupilla dello statista, che le aveva fatto avere il primo incarico ministeriale, e di sua moglie Hannelore, telefonò a un giornalista della Frankfurter Allgemeine Zeitung e gli disse che aveva dei commenti da fare sui fondi neri della Cdu. Lui le suggerì di mandare qualcosa di scritto, e qualche minuto dopo arrivò un fax nella redazione della Faz. Era il dicembre 1999. Nella lettera Merkel sollecitava i compagni di partito a rompere con il loro “Übervater” (patriarca). Così avvenne e Merkel diventò il nuovo leader dei democristiani tedeschi e della Germania. Per Kohl, già in serie difficoltà, fu il colpo di grazia. Un classico parricidio mediante pugnalata alla schiena, modalità di ricambio dei vertici non infrequente in politica.

Kohl sparì. Ma non sparì la Cdu, mentre in Italia sparirono la Dc, il Psi e gli altri partiti che avevano guidato il paese per quasi mezzo secolo. Perché? Che cosa in Italia generò l’onda populista che travolse i partiti e ancora adesso minaccia la convivenza civile? Perché nacque Mani pulite? Quali furono le premesse e le ragioni profonde dell’inchiesta che ha prodotto un evento unico nella storia delle democrazie, almeno dopo la seconda guerra mondiale? Gli avvenimenti successivi hanno dimostrato che né i protagonisti di Mani Pulite erano dei titani né il fatto di vincere un concorso rende delle persone moralmente superiori al resto della nazione.

Colarizi smonta l’unicità dell’inchiesta riconducendola a un contesto di fattori politici ed economici, sociali e internazionali. Basta guardare l’indice del libro per comprendere la complessità dell’analisi effettuata dalla studiosa e gli elementi presi in considerazione.

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Qui vorremmo evidenziare il nucleo del libro di Colarizi che mette a fuoco un fattore determinante, nella vicenda del crollo della Prima Repubblica ma anche nella vita della nazione prima e dopo Mani Pulite. La critica al mito del popolo virtuoso, della società civile contrapposta a una casta politica di profittatori (“ladri” era ed è la parola più usata) la cui sola rimozione, consensuale o forzosa, sarebbe stata sufficiente rinascita del Paese. Un mito autoassolutorio, «che aveva impresso nell’immaginario di tanti la falsa e rassicurante immagine di un popolo incorrotto contro l’evidenza, invece, di una cittadinanza afflitta dagli stessi mali dei suoi governanti, con i quali per mezzo secolo aveva stretto patti taciti che ai cittadini garantivano una sorta di diritto all’evasione, ma anche assunzioni e promozioni nel pubblico impiego svincolate da meriti e da esigenze di servizio, nonché il posto a vita, l’assenteismo, l’inefficienza, il passaggio ereditario del ruolo tra i membri delle famiglie, clientele fedeli dei politici al governo».

Una tendenza, quella autoassolutoria, costante tra noi italiani. Che in pochi giorni, dopo il 25 aprile, ha fatto dimenticare le masse plaudenti davanti al balcone di Palazzo Venezia, la corsa all’iscrizione al Pnf, che invano i vertici del partito cercavano di frenare, la crescita del numero dei partigiani a guerra finita, una tendenza che ha portato a tacere il ruolo determinante e indispensabile degli alleati nella liberazione dell’Italia (tuttora in certe celebrazioni annuali del 25 aprile non se fa neppure accenno)…

Il mito  messo in luce da Colarizi è tuttora attivo. E tra l’altro  è alla base del fenomeno per cui la società italiana ha mandato in molti casi il peggio di sé in questo Parlamento. Il partito che ha guidato o cavalcato questo processo, M5S, sembra destinato a sparire, come a suo tempo i ridicoli moralizzatori di Idv, oppure a diluire la propria identità nel calderone della sinistra populista ma il mito della società degli onesti contro i politici ladri resta. Resta però anche una gran parte della società italiana che non produce demagoghi ma studiosi seri, scienziati di valore, imprenditori audaci e vincenti, professionisti di alto livello, e anche bravi amministratori. Come immettere alla guida delle istituzioni persone selezionate tra gli esponenti di questa parte della società e non dei demagoghi scelti per la loro presunta e autodichiarata “onestà” è il grande compito che ci aspetta, ben più arduo della realizzazione del Pnrr.

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