Abbandono della floricoltura, dell’orticoltura e delle primizie nelle serre che prevedono il riscaldamento e, in qualche caso, ritorno alla coltivazione degli ortaggi “a freddo”. Sono le principali conseguenze del caro energia sull’agricoltura ligure, evidenziate dal presidente di Confagricoltura Liguria, Luca De Michelis.

A farne le spese è soprattutto il comparto florovivaistico ligure, che vale l’88% della produzione lorda vendibile dell’agricoltura della Liguria, «che spesso abbandonano le colture in serra che prevedano il riscaldamento per il ciclo colturale». Ma la stessa cosa vale anche per la coltivazione di ortaggi e delle primizie nelle serre. Lo stesso De Michelis spiega che pur avendo convertito «da anni i propri sistemi di riscaldamento serricolo da gasolio a fonti green, ovvero a biomassa, si trova a dover fronteggiare, per esempio, l’aumento del 46% del costo delle biomasse usate come combustibile nelle caldaie».

Per l’agricoltura, il caro energia ha dunque un duplice effetto negativo: ha fatto salire con percentuali senza precedenti i costi di produzione, dai fertilizzanti ai mangimi (per effetto del prezzo del gas, cresciuto di oltre il 700%, potrebbe risultare insufficiente l’offerta di alcuni beni intermedi fondamentali per le prossime semine). Inoltre, ha portato al costante aumento del numero delle imprese di trasformazione che riducono o bloccano il normale ciclo di lavorazione. Con il risultato di limitare le possibilità di collocamento dei prodotti.

«L’Italia – fa sapere De Michelis – sconta un deficit energetico incredibile, importando il 73,4% dell’energia che consumiamo, e con gli aumenti degli ultimi tempi, uniti ai costi spropositati delle materie prime, assistiamo a un’impennata delle spese per la produzione dei nostri fiori, delle primizie, dell’olio come del vino, insostenibile per gli agricoltori».

Per fare un esempio, un semplice concime azotato, il cui costo si aggirava sui 33 euro nel primo semestre 2021, oggi costa circa 85 euro.

Costi di produzione – prosegue la nota di Confagricoltura Liguria – che nel settore principale della Liguria, il florovivaismo, hanno subito un aumento del 20%, basti pensare ai fertilizzanti comuni, come l’urea, aumentata del 143% (da 350 a 950 euro/tonnellata) o alle torbe (terricci di coltura) i cui costi sono lievitati del 20%. Senza dimenticare le tempistiche di consegna dei vasi di coltura in plastica e dei materiali simili, per esempio, con tempi più che quadruplicati.

Stessa cosa per il packaging dei prodotti agroalimentari, e per il vetro usato nell’imbottigliamento di vino e olio: “E tutto questo – sottolinea Confagricoltura Liguria – sta mettendo in seria difficoltà i produttori, spingendoli addirittura a conversioni delle proprie produzioni o attività, ma sta creando anche aumenti nei costi finali per i consumatori, dai quali non deriva una copertura dei maggiori costi di produzione per gli agricoltori”.

Una situazione che ha pesanti risvolti anche sulle altre filiere produttive, in primis quella alimentare, verso la quale è destinata oltre il 70% della produzione delle imprese agricole e degli allevamenti italiani: la filiera agroalimentare, nel complesso, è il primo settore economico del Paese, con un fatturato annuale di oltre 540 miliardi di euro e 3,6 milioni di persone occupate.

Anche le esportazioni agroalimentari potrebbero subire un ridimensionamento, dopo il brillante risultato ottenuto lo scorso anno. Confagricoltura ricorda che le vendite di settore all’estero si sono attestate alla fine del 2021 a oltre 51 miliardi di euro, raggiungendo il massimo storico.

In vista delle decisioni annunciate dal governo, Confagricoltura evidenzia la necessità di un intervento incisivo e straordinario per non mettere a rischio la ripresa dell’economia e l’occupazione: «Senza un intervento incisivo e prolungato rischiamo gravi turbative sul mercato dei prodotti destinati all’alimentazione», sottolinea il presidente nazionale, Massimiliano Giansanti.

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