«Lo smart working è un modo di lavorare che sta imponendosi o si imporrà in modo abbastanza notevole nell’organizzazione del lavoro nelle aziende. Si pensa che a regime ci sarà circa il 30% dei lavoratori che possono lavorare in smart working che lo faranno. Quindi questo modo di lavorare riguarderà circa 5 milioni di persone già l’anno prossimo o tra due anni. Il convegno che abbiamo organizzato punta ad aiutare i colleghi che sono e saranno coinvolti nella gestione di questa attività». Lo ha dichiarato Paolo Filauro, vicepresidente di Federmanager Liguria, in occasione del convegno di Federmanager: “Smart Working: dal dire al fare” che si è svolto ieri sera a Genova, nella sala Quadrivium, e in streaming.

Paolo Filauro

«Il Covid – ha precisato Filauro – ha drammaticamente accelerato un processo che stava, con fatica, cercando di svilupparsi e che ora, dopo i vari lockdown, quasi tutti i lavoratori impiegati in ufficio o nella formazione, e di conseguenza i loro dirigenti, hanno sperimentato nei mesi passati. Per certi aspetti questo tipo di lavoro è più difficile rispetto a quello tradizionale. Non c’è più il lavoratore che tu controlli per vedere cosa sta combinando, devi fidarti del fatto che sia autonomo e in grado di portare avanti il suo lavoro. Vedremo come le energie mentali delle persone possano essere messe in condizione di creare vero valore per le aziende e per gli stessi lavoratori se ben guidati da manager e leader che, attrezzati con le giuste competenze e abilità soft, sappiano coniugare il profitto aziendale con il benessere dei propri collaboratori e dell’organizzazione. ».

Guido Conforti

«Lo smart working, capitato come un meteorite con l’epidemia e il dpcm – ha ricordato Guido Conforti, direttore generale di Confindustria Genova – eventi di certo non voluti, ci ha comunque fatto fare una grandissima esperienza estensiva di questa realtà. È stata certamente negativa l’emergenza sanitaria ma l’esperienza vissuta da otto milioni e più di persone coinvolte, e non soltanto nelle aziende che erano già preparate da questo punto di vista, non è stata comunque e sempre negativa. Molte delle soft skills dedicate a poter gestire attività lavorative in condizioni di difficoltà sono state esperienze, se pure non volute, utili. Ora, attenuato il tema dell’emergenza sanitaria, c’è da chiedersi: cosa succederà in futuro? Quale sarà la nuova normalità? Secondo me la domanda: “come attuare il vero smart working?” non è corretta se si intende quale è il modello ideale di smart working, valido per tutti e in ogni realtà. In questo senso è una domanda che non può avere una risposta. Oppure, se la risposta esiste, è: “lo smart working ideale è qualcosa diverso da azienda ad azienda, qualcosa che rende una determinata azienda più competitiva sul mercato e aumenta la sua produttività. Non bisogna cercare soluzioni valide sin qualsiasi situazione ma scegliere punto per punto nella realtà».

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