«Dall’incontro di questa sera è uscito un quadro di speranza. Sicuramente i parametri del lavoro stanno cambiando tantissimo, i giovani ce lo dicono. Essenziale è che il rapporto di lavoro abbia un senso. E possiamo fare in modo che lo abbia». Così Benedetto Lonato, presidente di Cdo Liguria, riassume per Liguria Business Journal il senso di quanto è emerso dal convegno “Che gusto ha il futuro? – Lavoro sostenibile: il nuovo paradigma che ci aspetta” che si è tenuto ieri sera a Genova, a Palazzo Ducale.

«Una persona – spiega Lonato – è disposta a impegnarsi in un progetto se ne capisce il senso, lo scopo. È un concetto che ha espresso bene Dostoevskij».

In effetti, lo scrittore russo in “Memorie da una casa di morti”, il diario semi-biografico nel quale racconta la sua vicenda di recluso in un campo di lavoro in Siberia, tratta proprio il tema del lavoro in se stesso. Un lavoro che per i forzati era durissimo, eppure, secondo Dostoevskij, il tormento vero non sta nella durezza del lavoro, neanche in quello forzato, ma, piuttosto, nella percezione della sua inutilità. «Una volta mi venne il pensiero – leggiamo nel diario – che se si volesse schiacciare del tutto un uomo, annientarlo, punirlo con il castigo più terribile (…) basterebbe soltanto conferire al lavoro un carattere di autentica, totale inutilità e assurdità».

Anche la finanza, è emerso dal convegno, deve avere un senso. «Può essere uno strumento importante – precisa Lonato – per lo sviluppo dell’economia e della persona, ma non deve essere fine a se stessa, deve essere rivolta all’essere umano. Nel complesso, si è parlato della sostenibilità in relazione al mondo del lavoro, una sostenibilità che è possibile ma richiede dei cambiamenti nel nostro modo di interagire e anche di comunicare, di esprimersi. Il tema dell’approccio alla trasformazione digitale è stato analizzato in relazione al tema della sostenibilità, delle opportunità di un cambiamento sociale, culturale ed economico delle aziende e di tutto il sistema economico. E i nostri relatori, molto eterogenei tra loro, hanno saputo approfondire bene questi argomenti».

«Parliamo di futuro – ha detto il sindaco di Genova Marco Bucci – e nella mia esperienza di vita futuro vuol dire cambiamento. Se si è bravi ogni cambiamento è un’opportunità per fare meglio. Il Covid è stato ed è una tragedia, ma anche un cambiamento. Il crollo del ponte anche ma, se siamo bravi, in queste tragedie troviamo occasioni di crescita e di cambiamento. Nell’anno della pandemia – ha poi aggiunto il sindaco in un secondo intervento – a Genova le immatricolazioni all’Università sono cresciute del 22%, il che significa che ci sono studenti venuti qui da fuori, e il numero della case affittate è aumentato del 30%. Il fatto è che qui si vive meglio, diventiamo sempre più competitivi». Sui vantaggi competitivi, secondo Bucci, bisogna lavorare: «Noi non abbiamo grandi spazi, quindi dobbiamo puntare sulle professioni che non richiedono spazi, sul turismo, perché la nostra è una città ricca di attrattive, e naturalmente sulla logistica, perché abbiamo un grande porto. Liguria, Piemonte e Lombardia insieme formano la regione più ricca d’Europa. Potremmo essere un’unica città metropolitana diffusa, bisogna lavorare in quest’ottica».

Bisogna però lavorare velocemente per cogliere le nuove opportunità. «Il mercato oggi richiede velocità e cambiamento» ha precisato Mario Mezzanzanica, professore associato di Sistemi informativi all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, esperto di problemi di supporto decisionale e innovazione. «Nell’agosto del 2008 – ha spiegato – quando è esplosa la crisi della Lehman Brothers e abbiamo visto la gente uscire dagli uffici con gli scatoloni, si era detto: è una crisi finanziaria, rientrerà a breve. Ma già in dicembre in Italia le agenzie interinali registravano -34% di assunzioni. La ripercussione sul mercato del lavoro è stata velocissima. Con la crisi pandemica, poi, il cambiamento è stato immediato: si è avuta l’impennata del digitale, sono cambiate le scuole, il modo di lavorare, di vivere nelle case. È cambiata la nostra vita in pochi giorni. Sta succedendo qualcosa che non è ancora finito. E nel 2020 è cambiata con la stessa rapidità la domanda di figure professionali legate al digitale, all’industria 4.0. Si è trattato di un processo a catena: si è trasformata la distribuzione con il diffondersi degli acquisti on line, e questo ha richiesto persone che consegnassero la merce nelle case, e magazzinieri per i depositi e lo smistamento delle merci. È stata rivoluzionata la filiera logistica. E ora annaspano figure professionali una volta fondamentali. Noi esaminiamo gli annunci di lavoro sul web e abbiamo constatato che dal 2015 a oggi le competenze richieste sono cambiate del 30%. Due famiglie di competenze stanno guidando il cambiamento, competenze digitali e soft skills, che vanno educate. Le soft skills sono competenze che non riguardano le conoscenze tecniche, ma sono legate all’intelligenza emotiva, a come interagisci con i colleghi, risolvi i problemi e a come gestisci il tuo lavoro. Sono competenze trasversali. I risultati di questa rivoluzione sono un missmatch tra domanda e offerta di lavoro e un problema enorme per le aziende che devono saper trattenere i propri talenti. La continuità nel successo di un’azienda sarà data dalla sua capacità di aggregazione».

Marta Cosulich, del gruppo Cosulich, ha confermato che «le soft skills sono molto apprezzate, molto richieste. Noi stiamo crescendo molto anche con le assunzioni, e non esiste un corso per quello che facciamo, quindi la formazione per noi è sempre più importante. E constatiamo che alle competenze tecniche devono essere abbinate competenze di altri tipo già nel corso di studio. Ma anche i ragazzi oggi chiedono cose diverse rispetto a un tempo, sono interessati all’elasticità del lavoro, a quale welfare aziendale puoi offrirgli, alla possibilità e alle modalità di smart working».

Il missmatch, ha raccontato Maria Cristina Alfieri, dell’associazione Next-Number One Logistics Group di Parma, ha portato alla nascita di Next, un progetto di inclusione lavorativa e sociale, nato a Parma per volontà dell’operatore logistico Number One, per favorire l’incontro tra imprese alla ricerca di manodopera e soggetti svantaggiati riqualificati e formati. Il progetto Aula 162, che prende il nome dal paragrafo dell’enciclica di Papa Francesco “Fratelli Tutti”, prevede la realizzazione di corsi di formazione, finalizzati all’inserimento lavorativo, in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia e l’implementazione dei corsi a Parma nel quadriennio 2021/2024. Il progetto, reso possibile dal sostegno di Procter&Gamble, coinvolge anche Croce Rossa Italiana e Manpower. Il progetto e ora l’associazione mirano a favorire l’incontro tra imprese alla ricerca di manodopera e soggetti svantaggiati riqualificati e formati, in cerca di una collocazione lavorativi.

Secondo Oscar di Montigny di Banca Mediolanum, l’impresa si basa «sul capitale creativo culturale, capace di riconoscere nell’amore l’atto economico per eccellenza. È necessaria una rivoluzione, quella della “gratitudine”, che dovrà rimettere “l’essere umano al centro di ogni sistema sociale”. Provare gratitudine e suscitarla negli altri sarà la via per costruire nuovi, rivoluzionari modelli sociali, culturali e di business». Tanto dai, tanto ricevi. Stiamo per assistere a un cambiamento epocale. Perché oggi si ha voglia di persone per bene, di etica, di valori. Per questo i comportamenti dei brand assumono un’importanza sempre più rilevante. Il sistema egocentrico non funziona più, l’economia deve occuparsi dell’essere umano perché è lui al centro dei processi economici. Noi dipendiamo dalla condizione di chi ci circonda, e quindi dobbiamo occuparci degli altri perché gli altri si occupino di noi, siamo tutti interconnessi. Chi lo capisce per primo ha un vantaggio enorme».

Di Montigny ha citato la 21esima edizione dell’Edelman Trust Barometer, la più importante indagine globale sul tema della fiducia realizzata dall’agenzia di comunicazione Edelman in 28 Paesi su un campione di 33 mila persone. Dall’indagine risulta che l’Italia è seconda in Europa dietro l’Olanda per fiducia nel business. Gli italiani premiano le aziende nazionali (+3 punti rispetto al 2020 e primo posto assoluto) ma non hanno fiducia nei leader e il proprio datore di lavoro è la tendenza, secondo di Montigny è: «Privato pensaci tu, fatti carico delle questioni sociali perseguendo il profitto. E il mercato premia chi è capace di farlo, ci vogliono sensibilità, intelligenza emotiva, certo basate su competenze tecniche. Ma la centralità dell’uomo si sta affermando, il dipendente, come il cliente, per un’azienda non sono più mezzi ma fini».

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