Perché proprio Maciste è diventato sinonimo di eroe buono e possente e, nella sua semplicità, resiste ancora nel nostro immaginario e appartiene al linguaggio comune, anche se i superuomini giustizieri prodotti dal cinema, dalla televisione e dalla letteratura per tutto il secolo scorso e fino ai nostri giorni sono decine e decine? Chuck Norris e Arnold Schwarzenegger sono famosi, ma Maciste è proverbiale, anche se da decenni non compare più sugli schermi se non nei recuperi televisivi di vecchi film.

“Maciste vs Cimaste” di Massimo Minella (ed. De Ferrari) ci mostra il meccanismo che ha inserito questo personaggio nella schiera degli eroi immortali, come Sansone ed Ercole.

Il libro racconta la storia dell’interprete che ha dato vita al personaggio, il camallo genovese Bartolomeo Pagano, nato nel 1878 e morto nel 1947, e quello del suo rovescio (e anagramma), Cimaste, il cattivo impersonato da un altro camallo ligure, lo spezzino Umberto Guarracino, anche lui, ma per un breve periodo, famoso.

Nato alla Spezia nel 1987, Guarracino vi morì nel 1935. Entrambi gli scaricatori di porto esordirono come attori in Cabiria di Giovanni Pastrone nel 1914, Pagano nei panni di Maciste e Guarracino come comparsa. Guarracino ebbe il vero esordio nel 1920, come protagonista nei panni del mostro nel film “Il mostro di Frankenstein”,  fu celebre per alcuni anni e con l’arrivo del cinema sonoro dovette ritirarsi dal cinema. La rivoluzione portata dal sonoro richiedeva altre doti oltre a quelle relative all’aspetto fisico. Per il genovese l’uscita dal mondo del cinema non fu un dramma, ma l’occasione per dedicarsi, come desiderava,  alla famiglia e al suo orto. Per Guerracino fu una dolorosa rinuncia e l’inizio della decadenza.

Il confronto tra i due personaggi, oltre a offrirci uno spaccato ricco di dettagli dell’Italia degli anni Dieci e Venti, ci aiuta capire la genesi del personaggio di Maciste. Guarracino era altrettanto muscoloso di Pagano, e aveva un viso espressivo. Ma era il cattivo. Era importante nell’economia di un’opera cinematografica, colpiva lo spettatore ma non poteva essere il suo eroe. Maciste, al contrario, impersonava il desiderio che è in fondo all’animo di tutti noi, anche dei meno ingenui, di vedere la forza coincidere con la bontà. Ma non solo, altrimenti la figura generata dal camallo genovese non si distinguerebbe dalle decine di altri eroi. La ricostruzione accurata di Minella ci mostra il suo segreto. Nel primo film di Maciste,   un vero capolavoro che servì da modello   per i kolossal di Hollywood, Cabiria è  una bambina di quattro-cinque anni, figlia di Batto, un ricco catanese. Una notte, poco prima dello scoppio della prima guerra punica, durante un’eruzione dell’Etna, la casa di Batto è incendiata e crolla, un gruppo di servitori porta con sé la piccola Cabiria, ma poi tutti vengono fatti prigionieri da un gruppo di pirati fenici, che li vendono come schiavi a Cartagine. La bambina viene acquistata da Karthalo, pontefice, che decide di immolarla al dio Moloch. A Cartagine vivono il romano Fulvio Axilla e il suo fedele servo Maciste, che sotto copertura spiano la città per conto di Roma. Quando Cabiria sta per essere sacrificata, gettata nelle fauci di una statua che rappresenta il dio Moloch dove verrà arsa come gli altri bambini destinati al sacrificio, Maciste la strappa dalle mani del sacerdote, si sbarazza degli inseguitori, gettandoli di peso nel vuoto o nei bracieri che illuminano la cima del tempio e la porta in salvo.

Il film è ricco di implicazioni ideologiche, politiche e culturali – viene girato poco dopo la conquista italiana della Libia, al soggetto e alle didascalie ha collaborato Gabriele D’Annunzio, inventore anche del nome Maciste, da Màkistos, superlativo di makròs, che vuol dire grande – e punta più sulla splendida e grandiosa scenografia e sulla potenza delle  immagini  piuttosto che sulla trama o sui profili dei protagonisti. La visione si impone sul racconto. Ma ne emerge il personaggio di Maciste, già con con gli elementi che lo caratterizzeranno anche nei remake degli anni Sessanta, quando a interpretarlo saranno altri. Un gigante cordiale e simpatico. Un uomo semplice. Così lo voleva il regista-sceneggiatore-produttore del film, Giovanni Pastrone.  Pastrone voleva un attore che fosse e non recitasse il personaggio.

Minella ricostruisce il processo con cui Pagano venne scelto. Il camallo genovese non era certo l’unico in Italia a possedere un fisico adatto al ruolo. Però Pastrone non volle attori, neppure gli atleti di lotta libera perché gli sembravano troppo accademici, e scartò anche un pompiere di Milano perché era un filodrammatico. Si cercò tra gli scaricatori del porto di Trieste e poi di Genova e alla fine fu scelto Bartolomeo Pagano, famoso per la forza fisica e anche per la generosità d’animo. Un colosso sempre pronto a intervenire in difesa dei deboli. Nel porto di Genova, come poi sul set cinematografico. Il pubblico fu subito colpito dalla profonda umanità e verità di questo eroe. «Certo – si legge nel libro di Minella – alcune forzature figlie della solennità recitativa dell’epoca sono evidenti, ma in Pagano Maciste dominano l’autenticità e la verità espressiva».

Il successo fu così enorme da cogliere di sorpresa lo stesso Pastrone, che però ne capì il motivo. Ed ebbe un altro colpo di genio. Maciste doveva continuare, cambiando epoca e look (in Cabiria era truccato da negro) ma conservando la sua genuinità. La soluzione fu quella di rappresentare Maciste come un attore dell’Itala Film, al quale una ragazza in difficoltà si rivolge per avere aiuto dopo aver visto Cabiria in un cinema in cui si era rifugiata per sfuggire ai banditi. Attore e personaggio finiscono per identificarsi a mano a mano che la trama procede, con Pagano-Maciste che aiuta la ragazza fino al lieto fine. Il meccanismo di sospensione del reale alla base del fascino del cinema viene utilizzato per ottenere l’identificazione tra attore e personaggio. Minella cita come esempio un celebre film di Woody Alllen, “La rosa purpurea del Cairo” in cui una ragazza appassionata di cinema vive una storia d’amore con il personaggio di un film che esce dallo schermo per incontrarla. Un meccanismo portato al massimo della funzionalità nel film di Quentin Tarantino “C’era una volta a… Hollywood”, dove il pendolo tra cinema e vita è il vero protagonista: i personaggi del film, ambientato a Hollywood, sono attori di Hollywood, le loro storie si fondono con quelle dei personaggi che interpretano, Sharon Tate guarda se stessa al cinema, gli assassini scelgono le vittime perché le hanno viste nella fiction, fino all’epilogo in cui il personaggio Rick Dalton (Leonardo di Caprio) per eliminare nella realtà uno degli assassini, una ragazza, si serve di un lanciafiamme che ha adoperato in un film come attore. Qui il cinema è così potente che ribalta la storia, e rivolge contro i carnefici la brutalità dell’eccidio. Nei film di Maciste  trasferisce intera sullo schermo la personalità venuta dal porto di Genova, formando lo stampo con cui poi anche altri registi e attori modelleranno il loro Maciste.

E Guarracino? Dopo il successo iniziale con “Il Mostro di Frankestein”, il camallo della Spezia, noto, scrive Minella «per il carattere mite e socievole racchiuso in un corpo enorme, quasi due metri di altezza», all’inizio degli anni Venti si trasferisce in Germania, dove coniano per lui il nome di Cimaste, anagramma di Maciste, di cui rappresenta l’opposto: è grande e forte ma  cattivo. E puntualmente sconfitto. Nel 1923 torna in Italia, dove compare in alcuni film di successo, in uno come avversario, perdente, è ovvio, di Maciste.  Ha una parte nei film “Il capolavoro di Saetta” di Eugenio Perego e “Voglio tradire mio marito” di Mario Camerini. Ma la sua carriera dura poco. Il suo ultimo film non ha successo e intanto arriva il sonoro che segna la fine di un’epoca e di molti dei suoi attori. Tra i quali Maciste – che comunque aveva dovuto lasciare il cinema già nel ’29 per motivi di salute – e Cimaste.

Maciste è rimasto, reinterpretato da altri attori che hanno proseguito sulla linea tracciata da Pagano. Cimaste no, forse perché il nostro immaginario ha bisogno di buoni che trionfano, i cattivi sono già tanti nella realtà.

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