Il progetto Life Claw, dedicato alla conservazione del gambero di fiume italiano (Austropotamobius pallipes) nell’area dell’Appennino nord-occidentale di Emilia-Romagna e Liguria, ha avviato l’attività di riproduzione che porterà alla reintroduzione dei gamberi nelle aree dove la specie sta scomparendo. I centri di riproduzione attivati si trovano nei Comuni di Fontanigorda in Liguria, provincia di Genova, e di Monchio delle Corti e Corniglio in Emilia, provincia di Parma. Lo annuncia una nota di Costa Edutainment.

Il centro di Fontanigorda utilizza le vasche create nel dopoguerra per la riproduzione e il ripopolamento delle trote e successivamente dismesse, che, grazie al progetto Life CLAW, sono state rimesse in funzione: delle otto vasche presenti, due sono destinate all’allevamento del gambero di fiume e le altre saranno destinate all’allevamento delle trote fario.

I centri della provincia di Parma sono stati realizzati adeguando due incubatoi ittiogenici: scavando e rimodellando il terreno, sono stati ricavati due stagni di forma rettangolare il cui approvvigionamento idrico è garantito da acque di sorgente. Gli stagni sono inoltre dotati di protezioni sia per ombreggiare sia per impedire l’ovideposizione delle libellule, le cui larve sono predatrici dei giovani gamberi.

L’inizio dell’attività dei centri è stata preceduta dall’individuazione di popolazioni donatrici sufficientemente abbondanti, geneticamente idonee e prive di patologie, grazie alle indagini bio-ecologiche, genetiche e veterinarie condotte dall’Università di Pavia, dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dall’Istituto Zooprofilattico delle Venezie. A seguito di questa fase, grazie al lavoro svolto dai partner che hanno provveduto alla realizzazione dei centri di riproduzione, circa 400 gamberi riproduttori (maschi e femmine) in totale sono stati introdotti nelle vasche dei tre centri. L’accoppiamento è avvenuto a fine ottobre e le femmine dovrebbero già aver emesso le uova. A inizio estate avverrà la schiusa, a seguito della quale solo i giovani gamberi resteranno nelle vasche dei centri. Infatti i maschi e le femmine saranno riportati nei loro corsi d’origine. A differenza della maggior parte dei crostacei, e dei loro “cugini” di mare, i gamberi di acqua dolce non hanno una fase larvale, ma alla schiusa i piccoli si presentano già con il medesimo aspetto degli adulti. A settembre i nuovi nati saranno introdotti in natura, nei torrenti risultati idonei, a seguito della prima fase progettuale.

Il gambero di fiume italiano (A. pallipes) è una specie autoctona (nativa), la cui sopravvivenza è gravemente compromessa a causa di diverse minacce principalmente legate alla crescente antropizzazione degli ecosistemi acquatici e all’introduzione di specie alloctone (non native) invasive. In particolare, i gamberi alloctoni invasivi costituiscono una forte minaccia in quanto portatori asintomatici della peste di gambero, una malattia responsabile della rapida estinzione delle popolazioni autoctone.

A causa di questi fattori, nel corso degli ultimi 50 anni, le popolazioni di gambero di fiume autoctono hanno subito un forte e diffuso declino in tutta Europa e attualmente, in Italia, la loro presenza è principalmente limitata a piccoli corsi d’acqua in cui i gamberi alloctoni invasivi non si sono ancora espansi e l’antropizzazione dell’habitat è limitata o assente.

Il progetto Life Claw, sostenuto dall’Unione Europea attraverso lo strumento finanziario Life e coordinato dal Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano, ha l’obiettivo di migliorare lo stato di conservazione delle popolazioni di gambero di fiume italiano nell’area dell’Appennino nord-occidentale di Emilia-Romagna e Liguria, attraverso un programma a lungo termine che coinvolge diversi partner in entrambe le regioni.

1 COMMENTO

  1. IN MERITO AL PROGETTO LIFE CLAW DI FONTANIGORDA PER LA RIPOPOLAZIONE DEL GAMBERO DI FIUME DESIDEREI CONOSCERE QUALI DIFFERENZE CI SONO E COME SI PUò RICONOSCERE IL GAMBERO DI FIUME ITALIANO DA PROTEGGERE DALL’ALTRO.
    HO VISTO DEI GAMBERI NELLA ZONA DI SANTO STEFANO D’AVETO.
    GRAZIE
    Dr. Massimo Matarazzo

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