Chi è stata la contessa di Castiglione? Virginia Oldoini, figlia del marchese spezzino Filippo e della fiorentina Isabella Lamporecchi, nata nel 1837 a Firenze, sposata nel 1854 con il conte piemontese Francesco Verasis Asinari di Costigliole d’Asti e di Castiglione Tinella, morta a Parigi nel 1899, passata alla storia come la “divine comtesse” secondo la definizione di un suo appassionato biografo, Robert de Montesquiou, è stata per una ventennio regina dei salotti e delle alcove di Parigi e di Torino, grazie all’ incomparabile bellezza – riconosciuta da tutti, uomini, donne, amici e nemici – ma il suo fascino, e l’intelligenza anche politica, l’audacia, la volontà di dominio, il cinismo, l’abilità di commediante, ne fanno una figura così complessa che è difficile, a distanza di un secolo e mezzo, e dopo la distruzione di parte dei documenti che la riguardano, comprenderla in pieno.

Benedetta Craveri in “La contessa” (ed. Adelphi) ha rintracciato negli archivi italiani e francesi un’ingente mole di lettere totalmente inedite, ed è riuscita a fare in modo che fosse Virginia a parlare di sé. «Questo libro – si legge nella premessa – ha preferito restituire la parola a Virginia, intrecciando la sua voce a quella di coloro che l’avevano intimamente conosciuta: la madre, il padre, il marito, il figlio, gli uomini che più l’avevano amata. Innumerevoli documenti inediti conservati negli archivi italiani e francesi consentono infatti di ricostruire la sua personalità e la sua vita sulla base di dati nuovi». Soprattutto le duemila pagine indirizzate all’amico-amante Giuseppe Poniatowski, che per molti anni fu la sola persona con cui la contessa non ebbe remore nel confidarsi, ci mostrano come «il suo desiderio di libertà era sfociato in una ribellione a tutto campo contro le regole di abnegazione familiare, pudore sottomissione, rispettabilità imposte alle donne dall’etica borghese: una ribellione che ha mantenuto intatta la sua forza incendiaria e ancora oggi disturba, sconcerta, scandalizza».

Virginia per tutta la vita, fin da ragazza, ha rivendicato il diritto di essere se stessa, di essere indipendente. E una donna della sua classe sociale e dei suoi tempi non aveva altro modo  di  provvedersi dei mezzi necessari per condurre una vita adeguata al suo rango che il matrimonio, oppure rapporti liberi e plurali con gli uomini in genere. Nel primo caso perdeva la propria indipendenza, a meno che non riuscisse a imporsi sul marito, nel secondo caso doveva essere molto abile, oltre che bella, perché il saldo tra il dare e l’avere risultasse positivo e per distinguersi dalle comuni cortigiane e non essere emarginata dalla società. Virginia c’è riuscita, anche a prezzo di angosce, paure, rabbie, prima sposando un uomo ricco e poi seducendo re, imperatori, grandi banchieri, generali, ministri, diplomatici.

Ciò che oggi «disturba e sconcerta», però, non sono soltanto la volontà di dominio e la spietatezza con cui trattava gli uomini che cedevano al suo fascino ma anche la crudeltà nei confronti del marito, sposato ricco e rovinato dalle sue spese folli e perfino del figlio che da piccolo l’adorava, abbandonato per lunghi periodi, in attesa di una lettera affettuosa da parte della madre che non giungeva mai, trattato con una crudeltà inspiegabile fino alla sua ribellione.

Virginia ha anticipato alcune figure della donna d’oggi: la diva – chissà se fosse vissuta ai tempi del cinema della televisione – l’influencer, ma è stata molto di più: anche diplomatica, spia, abile politica, speculatrice finanziaria. E uno dei motivi che rendono appassionante la sua biografia è la domanda: ma davvero Napoleone III nel 1859 è entrato in guerra a fianco del Regno di Sardegna contro l’Austria-Ungheria, dando avvio a quel processo che nel giro di vent’anni avrebbe portato all’unificazione di quasi tutta la penisola, perché sedotto dalle grazie di Virginia? L’archivio della contessa venne distrutto dalla polizia francese, in collaborazione con l’ambasciata italiana a Parigi, pochi giorni dopo la sua morte. Altro materiale probabilmente compromettente per il Governo italiano e forse anche per quello francese era già stato distrutto da ignoti nel palazzo spezzino della nobildonna. (La medesima procedura venne adottata per le carte depositate dalla Castiglione presso la banca Rothschild).

Dal materiale raccolto da Craveri, ma non solo, risulta con certezza che Cavour – cugino della Castiglione – saputo che nel 1956 la bella parente stava per trasferirsi con il povero marito a Parigi per un soggiorno di 4-5 mesi, anche per visitare la Grande Exposition – aveva deciso di chiederle aiuto per conquistare l’amicizia dell’Imperatore. Con ogni mezzo. Vittorio Emanuele II, che poi sarà a lungo amante della contessa, era d’accordo. Ragione di Stato.

Missione compiuta. In meno di un mese Virginia conquistò la corte imperiale e i salotti di Parigi, dove gli ospiti salivano sulle sedie per ammirarla, e ben presto sedusse l’imperatore stesso, che poi, finché durò la relazione, la coprì di gioielli e di denaro.

Non sappiamo, anche a causa della distruzione di parte del materiale epistolare, quanto Virginia abbia contato in effetti nello spingere Napoleone III ad abbracciare la causa italiana, di certo fu utile nel fornire informazioni a Cavour, che la ritenne tanto importante da comunicare il suo incarico al Re, al ministro degli Esteri Luigi Cibrario («vi avverto che ho arruolato nelle file della diplomazia la bellissima contessa Castiglione, invitandola a coqueter e a sedurre, ove d’uopo, l’Imperatore») e al ministro dell’Interno Urbano Rattazzi. Da parte italiana la contessa fu compensata con un importante incarico conferito al padre, un diplomatico considerato dal Governo e dalla Corte di Torino un incapace.

Del resto Virginia poteva contare non solo sulla bellezza ma anche su una  intelligenza non comune. È notevole  che nel 1871 il suo amico Adolphe Thiers, alla guida del Governo della Francia occupata dalle truppe prussiane che avevano sconfitto Napoleone III, abbia chiesto proprio a lei di fare da intermediaria tra il Governo francese e quello prussiano. E colpisce il fatto che il grande, e poco malleabile, statista prussiano, Otto von Bismarck, intrattenesse una corrispondenza con la contessa italiana che, cercando di mitigare le condizioni imposte ai vinti dal vincitore, gli impartiva lezioni di diplomazia e morale politica.  «La sua capacità di farsi ascoltare dai potenti – commenta Craveri – non passava necessariamente per la camera da letto».

L’intelligenza di Virginia traspare  dai numerosi brani della sua corrispondenza riportati in questa biografia. La giovane nobildonna non aveva ricevuto un’istruzione regolare e approfondita ma, oltre a conoscere diverse lingue straniere, era capace di caricare i suoi scritti di una forza espressiva che, insieme all’abile montaggio operato dalla biografa utilizzando le sue lettere e quelle dei corrispondenti e contestualizzandole senza pedanterie ma con estrema chiarezza, rende il libro affascinante. Un libro che si legge tutto di un fiato per divertimento, e poi si rilegge per mettere a fuoco i nessi e gli aspetti più interessanti.

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