Genova è una città multicentrica, dove i quartieri da riqualificare non sono necessariamente ai margini dell’agglomerato urbano ma anche al suo interno. Questo comporta un tipo di pianificazione urbanistica differente da quella di altre metropoli. È il tema emerso questa mattina alla terza edizione della “Conferenza nazionale sulle periferie urbane” che si svolge a Palazzo Ducale e in altre tre siti – il Museo Biblioteca dell’Attore, la sede dell’Ordine degli architetti e la sala dei Chierici alla biblioteca Berio – e ha l’obiettivo valorizzare le periferie urbane, diffondere la conoscenza degli interventi concreti nazionali e di esperienze internazionali, incentivare lo scambio di buone pratiche affinché le periferie diventino asse centrale per la rigenerazione e il benessere delle città metropolitane. Si tratta di un’iniziativa promossa dalla Fondazione Bracco e avviato nel 2018 a Milano.

«A Genova – ha detto il sindaco Marco Bucci – le periferie non esistono, la nostra è una città multicentrica, composta da tanti Comuni messi insieme. Questo vuol dire che noi, contrariamente, per esempio, a Milano, che è fatta di un nucleo con tanti anelli intorno, abbiamo centri diffusi sia sulla costa sia nelle valli. Questo comporta sicuramente una complessità per l’amministrazione ma è un fatto molto positivo per ciò che riguarda la città stessa, che non ha un periferia intesa come nelle altre città industriali. Le nostre “periferie” son in realtà quei centri che derivano dai piani urbanistici degli anni Sessanta e Settanta, dove si volevano concentrare le case popolari, vedi Begato, tutte quante in un’area. Cosa che si è dimostrata fallimentare».

«Noi – ha precisato il sindaco – noi abbiamo completamente cambiato metodo. Renzo Piano mi ha insegnato che la rigenerazione urbana deve essere perseguita con la presenza di tutte le funzioni nello stesso quartiere, ovverossia in ogni quartiere ci devono essere abitazioni, commerci, sport, leisure, scuole, tutto, altrimenti si formano dei ghetti. Per evitare la ghettizzazione bisogna avere città multicentriche. E noi abbiamo la fortuna di avere una città multicentrica.»

Secondo Riccardo Miselli, presidente dell’Ordine degli Architetti di Genova (vedi qui ), «la città, in qualche modo, è sempre stata un laboratorio per la rigenerazione urbana. Nel senso che qui si è fatta rigenerazione urbana ancor prima che venisse coniato questo termine. Una città in cui infrastrutture, tessuto sociale e tessuto urbano sono strettamente connesse tra loro e amalgamate in uno spazio molto ristretto, stratificandosi nel corso dei secoli. Genova da sempre si è costruita su se stessa, rinnovando di volta in volta le sue situazioni. Sicché oggi la città è un punto di riferimento per queste pratiche. Va tenuto comunque presente che nella conferenza si parla di periferie, ma Genova è diversa da tante altre città, perché è un aggregato di borghi singoli. È interessante parlare di periferie in questi termini: dieci, cento, mille centri, appunto, è il caso di Genova. Chiaro – ha aggiunto Miselli –  che ogni centro vada risolto con una sua specificità, non c’è una regola comune che possa essere applicata in maniera diffusa in tutti i centri. Ogni situazione richiede un approccio specifico, e la dimensione sociale, l’integrazione coi territori, l’infrastruttura e le reti umane che abitano queste periferie sono centrali nella declinazione di quelle che potranno essere le soluzioni e gli scenari di trasformazione. Questa conferenza, di cui noi curiamo solo la sessione sulla rigenerazione urbana, in maniera molto più ampia riflette anche sulla qualità della relazione tra ambiente costruito e la salute. Spazi adeguati, che influenzino in maniera positiva la vita delle persone. Sono indispensabili le strutture, le vie eccetera, ma non solo. La rigenerazione urbana non è una risposta, ma un processo che mette in campo passaggi che affidano progressivamente quello che può essere uno scenario di futuro».

Anche per Simonetta Cenci, assessore all’Urbanistica del Comune di Genova, «non è solo una questione di rigenerazione urbana intesa come edilizia, ma piuttosto di un misto tra recupero, restauro e ristrutturazione edilizia e soprattutto con una parte più mirata alla sostenibilità ambientale e alla qualità della vita. Per fare un esempio di quel che sta facendo l’amministrazione qui a Genova, consideriamo gli interventi a Begato e per il nuovo ponte sul Polcevera. Nell’area del ponte si è lavorato soprattutto sulla qualità della vita. Abbiamo voluto alternare uno spazio dedicato alla memoria delle vittime di Ponte Morandi, a uno spazio in cui i cittadini si trovano, fanno attività. C’è una parte socio-culturale, e di formazione – come sapete una parte del percorso sarà dedicato alle attività sportive. Abbiamo voluto dare uno spazio di qualità ai cittadini che popolano un’area, più che di periferia, “ai limiti del centro”. Una visione positiva di quel che può essere l’integrazione. Ed è importante il fatto che il lavoro eseguito con la Radura della Memoria è un lavoro di collaborazione e di condivisione con i cittadini. Abbiamo iniziato con i workshop, abbiamo chiesto al territorio che cosa voleva. I cittadini ci hanno detto che avevano bisogno di un certo tipo di spazi. Abbiamo provato a calarci nel progetto, e abbiamo costruito queste aree all’interno delle quali abbiamo effettivamente un’attività di valorizzazione territoriale».

Per il programma del convegno vedi qui

 

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