“Sulle origini della vita, del significato e dell’universo”: il titolo di questo libro (edito da Einaudi) di Sean Carroll è così impegnativo che potrebbe impensierire tanto l’autore quanto i lettori. Ma Carroll, fisico teorico al California Institute of Technology, considerato uno dei più importanti fisici teorici della sua generazione, premiato, tra l’altro, dalla National Science Foundation, dalla Nasa, dell’American Institute of Physics, dalla Royal Society, riesce a svolgere il tema tenendo insieme rigore scientifico e chiarezza espositiva in modo esemplare. Il libro è accessibile anche a chi non è uno scienziato ma è spinto dal desiderio di sapere e deciso a seguire il dipanarsi del ragionamento dell’autore, che parte dalle domande “Dove siamo? E perché siamo proprio qui?” per mostrarci le differenze e le relazioni tra diversi mondi, quantistico, cosmico e umano, incrociando la meccanica quantistica e la relatività generale con la filosofia e le esperienze quotidiane e arrivare a formulare delle possibili risposte.

Nel primo capitolo Carroll sostiene che la scienza ci porta a concludere che esiste un solo mondo, quello naturale: «Alla fine capiremo il mondo come una realtà unica e unificata, non causata, mantenuta o influenzata da qualcosa al di fuori di esso. È – osserva lo scienziato – una conclusione non da poco». In effetti «La verità è che ci è sparito il terreno sotto i piedi e che stiamo appena iniziando a trovare il coraggio di guardare in basso».

Il senso di vertigine e di perdita causato dalla “morte di Dio” aveva spinto Nietzsche a domandarsi: «Che cosa abbiamo fatto quando staccammo la terra dalla catena del suo Sole? In quale direzione ora ci muoviamo? Non precipitiamo noi continuamente? Indietro, da un lato, davanti, da tutte le parti? C’è ancora un altro e un basso? Non voliamo come attraverso un nulla senza fine? Non soffia su di noi lo spazio vuoto?… Dio è morto, Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!» (Nietzsche, La gaia scienza, Adelphi).

Carroll ammette che il problema più difficile in assoluto sia «come costruire significati e valori in un cosmo senza uno scopo trascendente. Un’accusa comune a carico del naturalismo è che un simile obiettivo sia semplicemente impossibile: senza qualcosa che si trovi al di là del mondo fisico a guidarci, non c’è proprio motivo di vivere, e tanto meno in un modo piuttosto che in un altro (…). Però, «Il naturalismo poetico sceglie una via di mezzo: accetta che i valori siano costrutti umani ma nega che di conseguenza siano illusori o privi di significato. Tutti noi proviamo desideri e abbiamo persone e cose a cui teniamo, che ciò venga dall’evoluzione, dall’educazione o dall’ambiente. Il compito che ci attende è riconciliare questi desideri e premure all’interno di noi stessi e nel rapporto con gli altri. Il senso che troviamo nella vita non è trascendente ma non per questo è meno significativo».

Non è un compito facile, e ancor meno facile è rispondere alla domanda (la madre di tutte le domande) “perché c’è qualcosa purché sia?”. Carroll nota che secondo il naturalismo questa non è una domanda giusta da porre, e commenta: «Non è una cosa piccola da mandar giù e non è un’opinione da accettare passivamente».

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