«Quando ammiri uno scrittore, t’incuriosisci. Cerchi di carpire il suo segreto. Gli indizi per risolvere l’enigma che rappresenta». Questa citazione dallo “Scrittore fantasma” di Philip Roth inserita da Michele Masneri nell’introduzione al suo libro “Stile Alberto” (Ed. Quodlibet) è perfetta per definire l’essenza del libro. Non si tratta di una biografia dello scrittore lombardo, né di una critica letteraria delle sue opere ma del taccuino di viaggio di un adepto al culto arbasiniano all’inseguimento  del suo idolo.

Come noto, Arbasino negli anni Cinquanta-Sessanta è stato una celebrità letteraria, autore di libri famosi come “La bella di Lodi”, “Fratelli d’Italia”, pubblicato la prima volta nel 1963 e poi rivisto e ripubblicato altre volte, “Certi romanzi”, “Super Eliogabalo”, poi è si è distinto nell’attività giornalistica e di impegno civile, come autore di altissimo livello di servizi giornalistici e interviste a personaggi celebri. È stato anche coltissimo e raffinatissimo autore di reportage su concerti, opere e mostre che Masneri definisce “fascinosamente indecifrabili” (e che chi scrive questo articolo trovava per la verità piuttosto noiosi).

Masneri ripercorre tutta la vita di Arbasino adulto, mescolando la descrizione dello sviluppo del proprio culto arbasiniano con riferimenti alle opere e alla vita dello scrittore, di cui era riuscito a diventare amico, o conoscente.

Il risultato è molto bello, molto godibile, anche per chi non   pratica  il culto arbasiniano, per merito sia di Masneri sia anche dello stesso Arbasino, personaggio inimitabile. Inutile riportare qui brani del libro, conviene comprarlo e leggerlo tutto di un fiato.

Una osservazione ci sentiamo di fare. Masneri ripercorre tutte le varie fasi della produzione di Arbasino, ma dedica soltanto poche righe a quella che, almeno secondo noi, meriterebbe un posto d’onore. Non solo per le sue qualità letterarie intrinseche, notevoli, ma per la sua unicità in fatto di costume: “Un Paese senza” (ed Garzanti). Il libro è un romanzo-conversazione, fatto di centinaia di micro-saggi, brevissimi brani che potrebbero essere tratti da un diario, considerazioni, su un periodo della nostra storia: la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Una riflessione critica in cui convergono tutte le caratteristiche di Arbasino, un’erudizione vastissima, una cultura raffinata e il buon senso della casalinga di Voghera, figura resa celebre dallo stesso Arbasino che nel modo di scrivere e anche di vivere, tra dandismi e trasgressioni, non ha mai perso una sorta di pragmatismo lombardo anche grazie al quale, forse, sentiva immediatamente il suono falso di certe campane fesse che hanno frastornato l’Italia nel corso della sua vita.

Per dare un’idea della posizione da cui lo scrittore lombardo contemplava e giudicava quel tanto di storia italiana che ha vissuto, riportiamo un brano di “Un paese senza” (Garzanti, 1980): «In fondo chi è nato verso il 1930 ha potuto evitare facilmente il fascismo perché quando andava alle scuole elementari il fascismo gli mostrava gli aspetti più disastrosi. Ha potuto evitare facilmente lo stalinismo, perché dopo la guerra i prodotti culturali che venivano dall’Unione Sovietica erano demoralizzanti, ed erano terrorizzanti invece le dichiarazioni di entusiasmo degli stalinisti italiani, già allora né più né meno di come sono apparse più tardi riunite nei florilegi e nelle stupiderie (dunque non era così difficile evitare di scambiare lo stalinismo per una rivoluzione esemplare e per un modello di democrazia). E non ha fatto fatica a evitare la cultura cattolica: sia perché l’educazione religiosa infantile attribuiva al Buon Dio tutte le caratteristiche del padrone di casa maleducato (vessare gli ospiti, imporre rinunzie e sacrifici “perché fanno piacere a Lui”, esigere continuamente fioretti invece di darsi da fare Lui per per offrire amenità piacevolezze, insomma una di quelle case da cui si scappa dopo avere fatto qualche dispetto “perché per così poco poteva fare a meno di invitarci”) e sia perché tutti i compagni che approdavano alla Fuci sembrava facessero diversi passi indietro, ricadendo nell’umorismo di Mosca e del Bertoldo, mentre si era già arrivati all’Addison di “The Spectator” pubblicato da Einaudi, e ai Verri del caffè pubblicato da Bompiani. (E per l’integralismo, per l’Assoluto, bastava Hölderlin).

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