Secondo un vecchio detto della politica, per un amministratore la cosa difficile non è capire quali siano le cose giuste da fare ma farsi rieleggere dopo averle fatte.

Un detto quanto mai d’attualità in questi giorni in cui l’Italia ha rimandato a settembre l’approvazione delle riforme sul fisco e la concorrenza che si era impegnata a presentare alle camere entro il 31 luglio, secondo un preciso cronoprogramma indicato nel Pnrr.

I primi 25 miliardi (pari al 13% dei fondi stanziati per il nostro Paese) non li abbiamo persi, il 31 luglio era un impegno formale ma non cogente, la road map su cui l’Italia si è impegnata non è compromessa e i testi dei due provvedimenti arriveranno in consiglio dei ministri in settembre. Del resto essere riusciti a varare una riforma decente della giustizia con forze in parlamento come M5S e in parte il Pd, di cui i grillini riescono a stimolare le componenti peggiori, è già un grosso successo per il governo.

Questo slittamento però non è un segnale rassicurante per il futuro, quando i nostri progetti dovranno essere approvati da Bruxelles e solo quando obiettivi e traguardi saranno centrati potranno ricevere le risorse pattuite. Non dimentichiamo che l’estate scorsa i Paesi “frugali”  erano riusciti a imporre  garanzie sul rispetto, da parte dei Paesi beneficiari degli aiuti dell’Ue, delle raccomandazioni specifiche inviate ogni anno dalla Commissione. Nella battaglia durata quattro giorni al Consiglio europeo del luglio dello scorso anno  il primo ministro olandese, Mark Rutte, aveva ottenuto la possibilità di mettere un veto alla proposta della Commissione di concedere aiuti a un Paese che non adotta abbastanza riforme o è sospettato di sprecare i soldi (Grazie, Rutte! Abbiamo bisogno delle riforme non meno che dei soldi).

Inoltre, se possiamo essere ragionevolmente certi che le due riforme arriveranno in cdm in settembre – ci si può fidare di un impegno ufficiale di Draghi – c’è da chiedersi: che fine faranno?

Perché la faccenda del fisco è certo complessa e spinosa ma la questione delle riforme pro concorrenza è un problema strutturale che accompagna tutta la nostra storia nazionale. Il motivo è semplice: i provvedimenti che favoriscono la concorrenza – anche a costo zero – colpiscono categorie ben organizzate, decise a difendere i propri privilegi, con il voto innanzi tutto, ma anche con dimostrazioni più o meno pacifiche. (Pensiamo alle “lenzuolate” di Bersani). D’altra parte avvantaggiano delle masse, in certi casi anche milioni, di consumatori, che però molto spesso non sono consapevoli dei vantaggi che verrebbero loro dalle riforme. Tra la certezza di perdere alcune migliaia di voti (quelli dei monopolisti e dei loro parenti, amici, ecc…) e la prospettiva di non ricevere in cambio né voti né gratitudine da parte di milioni di beneficiati quale è in genere la scelta di un politico?

Così, in questi giorni, per citare un settore che interessa particolarmente la nostra regione, tireranno un sospiro di sollievo i gestori di stabilimenti balneari. La messa a gara delle oltre trentamila concessioni balneari in Italia è ancora un tabù, nonostante le sentenze della Corte di giustizia Ue, della Corte costituzionale e dei giudici amministrativi e da ultimo la procedura di infrazione contro lo Stato italiano aperta dalla Commissione europea. Gli amministratori regionali, in primis quelli liguri, sono impegnatissimi a fare in modo che gli attuali concessionari (circa un migliaio il Liguria, che secondo il Report di Legambiente del 2020 è tra le regioni con la più alta percentuale di lidi occupati da stabilimenti balneari, quasi il 70%, ne abbiamo trattato qui) possano evitare le gare e si dimostrino riconoscenti ai seggi elettorali, facendo pagare le conseguenze delle multe per le procedure di infrazione a tutti i contribuenti italiani.

Le proposte formulate dall’Antitrust riguardano diverse aree tematiche: lo sviluppo delle infrastrutture per favorire la crescita e la competitività; la riforma del settore degli appalti pubblici e interventi per assicurare l’efficienza e la qualità dei servizi pubblici locali: ambiti in cui sono troppo rigidi i limiti alla concorrenza. L’orientamento delle diverse proposte è la rimozione delle barriere all’entrata in vari mercati. E il ddl sulla concorrenza dovrebbe andare a toccare diversi settori sensibili, come le concessioni per le dighe idroelettriche, autostradali, di distribuzione del gas naturale, la liberalizzazione della vendita di energia, il sistema di accreditamento regionale delle cliniche private, il codice degli appalti, e, altro capitolo assai e interessante, la riforma dei servizi pubblici locali, limitando le gestioni in-house affidate, troppo spesso e molto volentieri, senza gara (la Corte dei Conti, nella propria “Relazione sugli organismi partecipati dagli enti territoriali e sanitari di fine 2019”, ha sottolineato come vi sia una netta prevalenza di affidamenti in house, laddove le gare con impresa terza risultano pari soltanto a 878 su un totale di 14.626 affidamenti) e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, pari a 17868 (la Corte dei Conti richiede anche il miglioramento dell’efficienza e della qualità dei servizi resi dalle partecipate pubbliche che, secondo i dati forniti dall’Istat sono 8.510 – di cui il 53 controllate – e impiegano 924.068 addetti).

Le riforme sopra menzionate sono suggerite nelle “Proposte di riforma concorrenziale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, inviate al governo il 22 marzo 2021. Per il testo integrale vedi qui ). Un documento che Draghi e i ministri tecnici a lui più vicini probabilmente condivideranno e magari conosceranno a memoria.

Bisognerà vedere se alle Camere prevarranno l’abilità manovriera, il prestigio e la superiorità intellettuale di Draghi, insieme alla consapevolezza che il fallimento nell’azione riformatrice comprometterebbe la ripresa dell’Italia e forse il futuro di più generazioni, oppure, per il parlamentare, la prospettiva del voto nel Comune di Rocca Cannuccia.

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