La migliore presentazione che possiamo immaginare del libro di Mario Segni “Il colpo di Stato del 1964-La madre di tutte le fake news” (introduzione di Agostino Giovagnoli, edizione Rubettino) è l’invito a leggerlo, non una sua sintesi.

Perché le prime 128 pagine del libro, scritto dal figlio di Antonio Segni, il presidente della Repubblica eletto il 6 maggio 1962 e costretto a dimettersi il 6 dicembre 1964 per grave malattia, sono una fitta ricostruzione, densa di dati, dei fatti denunciati come un colpo di Stato (il Piano Solo) tentato, o ipotizzato o soltanto minacciato (gli autori della denuncia, il direttore dell’Espresso Eugenio Scalfari e il giornalista di quel periodico Lino Jannuzzi, hanno cambiato più volte versione). Autore del presunto colpo di Stato o della minaccia di colpo di Stato messa in scena per condizionare le scelte politiche del momento sarebbe stato il comandante dell’Arma dei carabinieri, generale Giovanni De Lorenzo su richiesta di Antonio Segni.

La ricostruzione di Mario Segni, documentatissima, non merita di essere ridotta in poche righe. Va letta per esteso. Il lettore ne dedurrà che non ci fu nessun golpe, né ipotizzato né minacciato. Qui ci limitiamo a fornire il quadro storico degli avvenimenti e alcune considerazioni, suggerite dallo stesso autore del libro.

La vicenda del Piano Solo iniziò l’11 maggio del 1967, quando la prima pagina dell’Espresso (allora in formato lenzuolo) uscì con il titolo “14 luglio 1964- Complotto al Quirinale” e, sotto, “Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato”.

In quei giorni l’Italia era in crisi di governo da due settimane, il presidente della Repubblica era preoccupato non solo per le difficoltà politiche ma, in sintonia con la Banca d’Italia e la Comunità europea, per la situazione economica che andava deteriorandosi e che, con l’introduzione delle riforme auspicate dal Psi guidato da De Martino, sarebbero peggiorate ancora. In sostanza erano in discussione la formula del centro-sinistra, dell’alleanza tra Dc e Psi, o quanto meno i contenuti di tale alleanza. In più c’era il timore di disordini. I fatti del 1960 non erano lontani e il più forte partito di opposizione, il Pci, era legato a una potenza straniera ostile al patto militare di cui faceva parte l’Italia.

C’era abbastanza per giustificare le preoccupazioni del presidente della Repubblica ma non per ipotizzare che avesse pensato a un golpe. De Lorenzo querelò Jannuzzi e Scalfari, il processo si aprì nel novembre 1967 e durò tre mesi e venti giorni. La sentenza affermò che «tutte le tesi formulate da Jannuzzi e Scalfari, nel loro giornale e al dibattimento, si sono dimostrate irrimediabilmente false. Falsa la principale proposizione che gli imputati clamorosamente presentarono all’opinione pubblica del tentativo di colpo di Stato operato nel luglio 1964 dall’allora presidente della Repubblica Antonio Segni con l’attiva complicità del generale De Lorenzo e con lui dell’Arma dei carabinieri; falsa quella su cui aveva prudentemente ripiegato all’udienza lo Jannuzzi di un tentato pronunciamento militare da parte del solo comandante generale dell’Arma e dei suoi fidi… Gli imputati non si limitarono a riferire delle notizie e a prospettare delle ipotesi chiedendone la verifica in sede competente ma volutamente distorsero, intenzionalmente alterarono, determina talmente inventarono, falsamente attribuirono fatti, circostanze e informazioni, travisando senza remora alcuna le confidenze seppure generiche e approssimative ricevute, rappresentando in modo categorico e definitivo alla pubblica opinione avvenimenti e responsabilità».

Un anno dopo De Lorenzo querelò per diffamazione Gianni Corbi, succeduto a Scalfati alla direzione dell’Espresso, il giornalista Carlo Gregoretti e il generale Gaspari. Oggetto della querela era l’accusa formulata dal settimanale a de Lorenzo di avere minacciato la classe politica e militare. Il Tribunale non ravvisò la diffamazione e i giornalisti furono assolti. Ma la sentenza esclude ogni responsabilità del capo dello Stato e si concentra sull’elaborazione del piano e l’attuazione di misure preventive da parte della sola Arma dei carabinieri. Il giudice considera questo comportamento illegittimo ma afferma che il piano è diretto alla tutela dell’ordine pubblico in caso di gravi perturbamenti», ha cioè carattere preventivo e difensivo e ammette «di non avere prove per affermare che avesse uno scopo diverso». A un lettore malizioso, commenta Mario Segni «questo strano periodare sembrerebbe rivelare il recondito desiderio del giudice di dimostrare che si trattava di un colpo di Stato, e il suo disappunto per non avere trovato prove a favore».

Comunque ambedue le sentenze sono concordi nello stabilire che non vi fu alcun attentato alla vita democratica del paese e che le misure messe in campo dall’Arma avevano il solo obiettivo della tutela dell’ordine pubblico. Giudicherà il lettore la pertinenza e il valore dei dati che Segni accumula nel libro, comprese le due dichiarazioni contradditorie rilasciate da Moro interrogato dalle BR.

La vicenda del Piano Solo è importante perché segna l’inizio di una interpretazione della storia del nostro paese nel dopoguerra. Il sottotitolo del libro recita “La madre di tutte le fake news”, secondo noi giustamente, non nel senso che gli articoli dell’Espresso abbiano figliato direttamente altre news inventate o gonfiate ma perché hanno dato inizio alla leggenda dello Stato parallelo, dove Confindustria, Dc, servizi segreti, Cia, mafia, massoneria, e tendenzialmente chiunque non faccia parte della sinistra, formano un calderone fascista-golpista. Jannuzzi e Scalfari hanno perso sul piano giudiziario ma hanno stravinto per quanto riguarda l’influenza sull’opinione pubblica. I motivi sono profondi e complessi, non li affronta il libro di Mario Segni e non può certo farlo questo articolo. Qui dobbiamo limitarci a osservare che la leggenda dello Stato parallelo è servita a delegittimare chiunque avanzasse proposte non gradite, da Pacciardi a Cossiga, Craxi, Berlusconi… o a stroncare interpretazioni della violenza di strada che menzionasse “gli opposti estremismi”, in effetti e con tutta evidenza esistenti: si veda l’accoglienza riservata al rapporto del prefetto di Milano Libero Mazza del dicembre 1970. E ha avvelenato il clima politico dei decenni successivi. Forse non tanto, come sembra pensare Mario Segni, perché abbia alimentato il terrorismo della sinistra – semmai gli ha fornito una giustificazione propagandistica ma i brigatisti e i loro epigoni avevano deciso di prendere le armi perché giudicavano presenti le condizioni oggettive per abbattere lo “stato borghese” o quanto meno depotenziarlo non per prevenire un golpe – ma perché ha alimentato un clima di sospetto verso ogni iniziativa volta a reprimere la violenza, armata o di strada. O anche, semplicemente, a riformare la macchina pubblica. Episodi oscuri, purtroppo, ci sono stati davvero,  stragi sono avvenute,  la corruzione c’è stata fin dall’inizio della Repubblica e si è estesa col passare del tempo,  si sono avute  collusioni tra politici e criminali, e tutto questo ha concorso alla campagna di delegittimazione della Dc e degli organi dello Stato, accusati di stragi, golpe, complotti mai avvenuti.   Una campagna di delegittimazione feroce che forse ha avuto la sua manifestazione più violenta nell’articolo di Pasolini, pubblicato dal Corriere della Sera (!) il 4 novembre 1974, intitolato “Cos’è questo golpe? Io so”. «Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969, i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna – scriveva Pasolini – i nomi di coloro che tra una messa e l’altra hanno dato le disposizioni e la protezione politica a vecchi generali e a giovani neo-fascisti, anzi, neo-nazisti… Io so, ma non ho le prove. Non ho nemmeno gli indizi».

Non ho le prove, nemmeno gli indizi ma accuso. Una miscela di intolleranza e stupidità così potente che ha aperto la strada, o l’ha segnata a chi, fino ai giorni nostri, ha costruito le proprie fortune politiche sulla demonizzazione degli avversari e  l’utilizzo del sospetto come arma.

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