Nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente che diede vita alla Costituzione della Repubblica italiana (eletta il 2 giugno 1946, l’Assemblea si riunì in prima seduta il 25 giugno e continuò la sua attività fino al 31 gennaio 1948) una delle grandi questioni fondamentali su cui dovettero confrontarsi le forze politiche fu la natura della Repubblica: parlamentare o presidenziale? Come è noto, prevalse la linea della repubblica parlamentare. Troppo forte erano il ricordo della dittatura e il timore di un altro “uomo forte” solo al comando. Tanto che non solo il capo dello Stato e il capo del Governo nella nostra Costituzione sono figure differenti ma un vero capo del Governo in sostanza non esiste proprio: l’Italia non ha un “premier”, come spesso, semplificando, scriviamo sui giornali, ha un presidente del consiglio dei ministri, che promuove e coordina l’attività dei ministri ma non determina la politica generale del Governo, compito questo assolto collegialmente dal Consiglio dei ministri. Privo del potere sul quale fare leva per imporre una linea di governo chiara e coerente, il presidente del Consiglio non può neppure dimissionare un ministro. Primus inter pares, al massimo.

La debolezza di quello che dovrebbe essere il centro nevralgico dell’attività di governo, insieme forse ad altre caratteristiche del nostro ordinamento, ha reso poco incisiva l’azione dell’esecutivo. Nel corso degli anni si sono avute proposte e tentativi di riforma, commissioni bicamerali, ecc… tutti falliti.

In genere i sostenitori delle riforme più che a semplificare e rendere maggiormente efficienti Parlamento e Governo hanno pensato a cambiare i poteri del presidente della Repubblica. Il che sembra paradossale, perché, in fondo, quella del capo dello Stato è la figura che ha funzionato meglio. Non soltanto la sua separazione dall’esecutivo è radicata nella nostra storia (neppure il dilagare del potere di Mussolini ha potuto cancellare del tutto la figura autonoma del capo dello Stato, il Re) ma i poteri “a fisarmonica” che la Costituzione assegna al presidente conferiscono elasticità all’intero sistema politico e gli permettono di adattarsi alle diverse circostanze: quando il quadro politico regge il presidente assume una funzione “notarile”, quando il sistema si inceppa il presidente diventa decisivo: lo abbiamo visto più volte in questi 75 anni, da ultimo con l’arrivo di Draghi al Governo, deciso da Mattarella e ratificato dal Parlamento.

Ora che si avvicinano le elezioni del prossimo presidente della Repubblica (Mattarella è stato eletto il 31 gennaio 2015, e alla fine di luglio comincia il semestre bianco, il periodo di tempo durante il quale il presidente della Repubblica, negli ultimi sei mesi del proprio mandato, non può sciogliere le Camere) è istruttivo ripercorrere questi 75 anni della Repubblica attraverso i personaggi che si sono succeduti al Quirinale (Enrico De Nicola, presidente provvisorio, Luigi Einaudi, Giovanni Gronchi, Antonio Segni, Giuseppe Saragat, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano, Sergio Mattarella). Un viaggio nella nostra storia che possiamo fare con il libro di Bruno Vespa “Quirinale – dodici presidenti tra pubblico e privato”, Rai Libri. Di ogni presidente Vespa ci delinea il profilo politico e anche umano attraverso aneddoti, retroscena, dichiarazioni e messaggi.

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