«Garantisco io». Sembra che non abbia effettivamente detto proprio così Mario Draghi al telefono con Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione europea, il 23 o il 24 aprile scorso. Von der Leyen era ancora dubbiosa su come l’Italia avrebbe speso i soldi del Recovery Plan. Forse le parole del nostro attuale presidente del consiglio non sono state precisamente queste ma è di certo vero che in quei giorni lui e la statista tedesca si sono sentiti al telefono due volte e che la Commissione aveva dubbi su come l’Italia avrebbe accompagnato i fondi concessi con le riforme richieste. Cinque i capitoli sotto osservazione: fisco, pubblica amministrazione e semplificazioni, riforma della giustizia e concorrenza. In pratica, tutto il nostro piano. Le rassicurazioni di Draghi sono state sufficienti e questo dà l’idea della statura internazionale e del prestigio del personaggio. Ma già il fatto che quella frase, ormai leggendaria, se non è vera appaia verosimile è significativo. Quale altro politico italiano possiamo immaginare che dica una cosa del genere senza ricevere l’equivalente diplomatico di una pernacchia?

Del resto Draghi è l’autore di un’altra frase celebre, quella del “whatever it takes”. Il 26 luglio 2012, da meno di un anno presidente della Bce, tenne un discorso alla Global Investment Conference di Londra che utilizzò per far sapere che sarebbe stato disposto a usare tutti i mezzi della Bce per difendere l’euro e l’unione monetaria europea: «But there is another message I want to tell you. Within our mandate, the Ecb is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough». Nell’estate 2012 Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia erano colpiti da una forte tensione economica, e secondo gli esperti del settore, avrebbero potuto fare default, causando la fine dell’euro, travolto dalla speculazione. La storia ha dato ragione a Draghi: la certezza che la Bce sarebbe intervenuta ha fermato gli speculatori che puntavano sulla debolezza, anche politica, dell’Italia e degli altri Paesi in questione. Poi lo strumento messo a punto dal presidente della Bce, il quantitive easing, cioè miliardi di titoli di Stato acquistati dalla Banca centrale per immettere una valanga di miliardi nell’economia e abbassare lo spread dei Paesi più vulnerabili, causando tassi negativi o bassissimi e liquidità sovrabbondante, è una misura che alcuni criticano e che probabilmente ha incoraggiato l’Italia a rimandare le riforme necessarie, ma ha stabilizzato l’Europa.

Ora il futuro dell’Italia dipende in larga misura da questa persona. Perché le riforme garantite alla Commissione europea sono indispensabili per il nostro Paese più che per l’Europa. Ed è Draghi, con i ministri-chiave Cartabia, Franco, Giorgetti Cingolani, Giovannini, Bianchi, Colao, Brunetta che potrebbe realizzarle.

Non c’è nulla di certo, per la verità. Alla fine di luglio del 2021 comincerà il semestre bianco, il periodo di tempo durante il quale il presidente della Repubblica, negli ultimi sei mesi del proprio mandato, non può sciogliere le Camere. (Mattarella è stato eletto il 31 gennaio del 2015). A quel punto il voto anticipato diventerà tecnicamente impossibile. E per certi parlamentari verrà meno la paura di doversi cercare un lavoro e, quindi, la necessità assoluta di non far cadere il Governo. Che dovrà prendere anche misure impopolari. Inoltre, per effettuare riforme incisive non basta questo scampolo di legislatura, bisognerebbe che presidente del consiglio guidasse il Governo anche nel prossimo ciclo, eventualità su cui è impossibile fare previsioni.

Comunque è chiaro che Draghi è un personaggio da conoscere. E a questo scopo a noi sembra utile il libro pubblicato da Rizzoli “Mario Draghi – L’artefice – La vera storia dell’uomo che ha salvato l’euro”. Lo hanno scritto due giornalisti di alto livello, Jana Randow, considerata una voce di riferimento sui temi dell’economia europea e della politica monetaria, sui quali scrive per Bloomberg, e Alessandro Speciale, capo dell’ufficio di Roma di Bloomberg. Speciale nel 2013 ha cominciato a lavorare per Bloomberg a Francoforte, occupandosi della Bce per quasi tutto il mandato di Draghi. Il libro è il frutto di una lunga serie di incontri e interviste (una sessantina) con molte delle figure più importanti della finanza internazionale, funzionari delle banche centrali, dei Governi, delle organizzazioni internazionali e delle istituzioni finanziarie. Del resto la prefazione è di Christine Lagarde. La figura di Draghi viene delineata con chiarezza. Interessantissima è anche la bibliografia che si può ricavare dalle note, si tratta soprattutto di interviste, discorsi e interventi a conferenze stampa, spesso corredati con il link che li rende disponibili anche a noi e ci permettono, se vogliamo, di costruire la nostra personale biografia dell’uomo che (forse) cambierà l’Italia.

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