La rete è ambigua, uno strumento indispensabile ma anche un’arma molto pericolosa. La realtà del web si sta rivelando ben diversa dalle visioni di chi sognava un sapere alla portata di ognuno di noi, base di un nuova società, libera e ricca di opportunità per tutti e non per solo per le élite, o forse addirittura senza élite.

Il sapere oggi è effettivamente molto più accessibile, possiamo consultare libri e documenti custoditi in ogni parte del mondo senza muoverci da casa. Non c’è disciplina scientifica che non debba al digitale progressi enormi, talvolta stupefacenti. E d’altra parte ci siamo accorti che Apple, Google, Facebook, Amazon e Twitter hanno accumulato e accentrato una conoscenza, e quindi un potere, enorme, a cui gli Stati non sanno ancora come fare fronte. Del resto, gli Stati stessi non vanno visti come mamme amorevoli e protettive: sono giganti, rispetto a ciascuno di noi, e i giganti non si comportano bene se non si riesce a tenerli a freno. Per non parlare degli Stati-canaglia, dediti a utilizzare le nuove tecnologie per manipolare l’opinione pubblica o come armi per aggredire gli avversari, e dei privati-canaglia, organizzazioni criminali che ora possono rubare, ricattare e, in sostanza, fare con nuovi potentissimi strumenti quello che da sempre i criminali fanno. Le implicazioni non solo economiche ma etiche, sociali e politiche di concetti come cyber security, privacy, eccetera appaiono oggi come nubi al nostro orizzonte.

Connessione a rischio della nostra redattrice Emanuela Mortari (Another Coffee Stories editore) svolge su un piano pratico, di vita quotidiana, questi temi. Ma, attenzione, non è un saggio, è un action thriller (o forse, meglio, un tecno-thriller). Quasi tutti i suoi personaggi sono collegati alle tecnologie informatiche. Del resto, si svolge a Genova, che non è solo la città del porto, dei comici e dei cantanti, ma anche del digitale (E qui, che sollievo, viene rappresentata senza pesto e caruggi).  La protagonista, Gloria Ferrari, lavora nella periferia di questo mondo: è programmatrice di software dei videogiochi, e il caso – ma esistono davvero avvenimenti che si verificano senza una causa definita? – la precipita al centro di un vortice in cui si agitano interessi nemmeno paragonabili a quelli che occupano la sua vita, e personaggi molto più addentro di lei nei misteri del web: esperti in tecnologie di analisi che consentono la produzione di dati utili per la descrizione e l’interpretazione del sistema biologico, criminali che rubano i risultati di queste analisi, servizi segreti, interi o a pezzi, e altri ancora.

Gloria, trentenne, vive con leggerezza, nel senso ampio della parola: non si pone traguardi tali da provocare ansia e stress, e non accetta fardelli che appesantiscano il suo cammino. La sua vita trascorre tra il lavoro, impegnativo, di programmatrice, avventure brevi e a volte occasionali, bevute con gli amici, letture e videogiochi nella “stanza segreta”, un vano nascosto della sua casa, sfuggito alle ristrutturazioni razionalizzanti, e dall’ingresso camuffato. Una stanza che molti di noi hanno sognato, nell’infanzia, e che nelle avventure di Gloria dimostra una sua, per quanto precaria, utilità.

Leggerezza non significa necessariamente fatuità: la nostra eroina è impulsiva, a volte incauta ma, anche se non filosofeggia sui massimi sistemi, ha un’idea chiara del Bene e del Male. Ed è tenace nelle sue convinzioni. Una personalità complessa, che è il vero motore della vicenda narrata. Il passaggio dai codici alla realtà sensibile è brusco per Gloria, che non può evitare un bagno di materialità fatto di sangue, vomito e orina ma, nonostante il dolore e la paura, va avanti. Fino alla conclusione, dopo la quale nessuno dei protagonisti è quello di prima. «Ripercorro – ci dice l’eroina alla fine del racconto – queste settimane vissute come se fossi davvero in un videogame: quadri diversi e prove da superare che si susseguono vividi, alimentati da un’altalena di emozioni».

In ogni “quadro” la realtà che credevamo di conoscere cambia: i personaggi mostrano aspetti sconosciuti della loro personalità, amicizie vanno in crisi a causa di incomprensioni e non tutte le vittime si dimostrano innocenti. Il Bene e il Male restano ben distinti e opposti, nella coscienza della protagonista così come nella rappresentazione dell’autrice. Ma i loro effetti sono complessi. Per esempio, a un certo punto, come effetto collaterale di una buona azione di uno dei personaggi, va distrutta «una serie di possibili costosi brevetti in favore del progetto pubblico che metterà a disposizione di tutti un patrimonio inestimabile per il futuro sviluppo della medicina personalizzata». E viene da augurarsi che tali buone azioni non siano troppo frequenti al di fuori della fiction, tanto da scoraggiare chi investe nella ricerca perseguendo il profitto: altrimenti un vaccino realizzato in pochi mesi contro una pandemia non lo vedremo mai più. E le stesse truppe in campo, quelle dei buoni e quelle dei cattivi, ci appaiono sotto diversi aspetti: i buoni sono costretti a utilizzare alcuni di quegli strumenti che utilizzano i cattivi – e questo non ci sorprende, è un espediente narrativo comune negli action thriller, se l’eroe o gli eroi potessero ricorrere alle forze di polizia la suspense verrebbe meno – ma le squadre di cattivi in campo sono più di una, e alla fine non abbiamo la certezza che l’obiettivo dei peggiori sia il peggiore degli obiettivi.

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