«È il momento storico delle aggregazioni bancarie, il sistema spinge in questa direzione, e Carige può sfruttare questa spinta. La banca ligure troverà la sua collocazione all’interno di un puzzle destinato a comporsi. Vedremo come si comporrà questo puzzle ma sul processo in atto non ci sono dubbi». È quanto dichiara a Liguria Business Journal Stefano Caselli, prorettore all’Università Bocconi.

La ricerca di un partner per Carige è tornata d’attualità in questi giorni. Secondo voci che circolano in ambente finanziario l’obiettivo è quello di arrivare alla definizione delle offerte non vincolanti entro luglio per giungere a settembre con quelle vincolanti, e concludere poi l’operazione entro fine 2021.

Il dossier Carige si era aperto il 17 marzo scorso quando Ccb aveva ufficializzato la decisione di rinunciare a esercitare l’opzione di acquisto da Fitd e Svi della partecipazione di controllo (80%) detenuta nella banca ligure prevista dall’accordo quadro siglato il 9 agosto 2019. La decisione era stata motivata dal cda della banca trentina con la «aleatorietà della pandemia sul mercato, la sua imprevedibile evoluzione e i rischi connessi a questo eccezionale scenario».

D’altra parte il Fondo interbancario non può, per statuto, essere un investitore di lungo periodo della banca ligure. Era intervenuto per permettere l’operazione di salvataggio ma con la prospettiva che entro la fine del 2021 la holding trentina rilevasse la sua quota. E Carige un partner lo deve trovare, perché lo ha stabilito la Bce. La questione nei mesi scorsi era rimasta sotto traccia, coperta dalle preoccupazioni per la pandemia. Ora che, grazie alle campagne di vaccinazione, si vede la luce in fondo al tunnel, e i tempi stringono – stiamo entrando nella seconda metà dell’anno – è tornata all’ordine del giorno.

Il Sole 24 Ore ha riportato che nelle ultime settimane 7-8 soggetti industriali e finanziari avrebbero mostrato interesse per Carige. Tra questi ci sarebbero anche due banche italiane che avrebbero firmato l’nda (non disclosure agreement) per accedere alla data room della banca ligure: Banco Bpm e Credem. Si sarebbero avvicinate al dossier anche Crédit Agricole Italia, Bper e due o tre private equity internazionali. Il mercato comunque sta in effetti attraversando una fase di ristrutturazione. A parte le ipotesi, resta il fatto che Credem è reduce dall’acquisizione di CariCento, di recente Crédit Agricole Italia ha chiuso con successo l’opa su Creval, Bpe ha rilevato un ramo bancario da Intesa Sanpaolo, Intesa Sanpaolo ha acquisito Ubi Banca, e per UniCredit si è in attesa di capire le mosse del nuovo ad Andrea Orcel. Inoltre la vicenda di Carige si interseca con quella del Monte dei Paschi, per il quale il Ministero del Tesoro appare orientato verso l’ipotesi spezzatino. Insomma, sembra proprio il momento delle aggregazioni.

Carige nella ricerca di un partner può mettere sul tavolo due carte importanti. Una è il Dta (deferred tax asset, cioè la possibilità di trasformare automaticamente in crediti d’imposta le imposte anticipate, in caso di fusione con altre banche entro il 31.12.2021) detenuto dalla banca genovese, stimato su 1,3 miliardi. In secondo luogo il gruppo guidato da Francesco Guido ha raggiunto un profilo di rischio bassissimo, da record europeo, con un npl ratio netto stabile intorno al 2,5% ed è in crescita sul piano commerciale. Dai risultati consolidati al 31 marzo 2021 di Banca Carige emerge un risultato netto di periodo ancora negativo (-39,7 milioni) ma in riduzione rispetto alla perdita di 55,1 milioni registrata nei mesi di febbraio e marzo 2020. «La riduzione della stessa – si legge in una nota della banca – nell’ordine del 30%, conferma la progressiva ripresa di un governo orientato alla sana e prudente gestione focalizzato sul rilancio commerciale».

Il primo trimestre del 2021 ha visto la conferma delle evidenze di accelerazione dell’attività commerciale dopo i già positivi riscontri rilevati a partire da marzo 2020; in particolare, nel periodo dal 31 marzo 2020 al 31 dell’altra raccolta diretta da clientela con una crescita di circa 1,0 miliardo (+7,8%; pari a 12,9 miliardi ), sul risparmio gestito con oltre 0,95 miliardi confluiti sull’aggregato (+8,5%; a 11,5 miliardi) e sul risparmio amministrato per circa 0,25 miliardi (+1,6%; a 11,3 miliardi). «L’espansione dei volumi di raccolta e impiego, il bassissimo profilo di rischio degli attivi e il positivo avvio di nuovi filoni operativi – ha commentato Guido – sono il presupposto per il rafforzamento del profilo reddituale. Sarà una crescita progressiva che avrà come riferimento assoluto le famiglie e le imprese, secondo canoni evoluti e innovativi ».

Carige è anche oggetto di cause intentate da Malacalza Investimenti, Vittorio Malacalza (la famiglia Malacalza era il primo socio della banca ligure con il 27,5% fino al commissariamento disposto da Bce nel 2019) e altri azionisti in conseguenza dell’operazione di salvataggio. Malacalza Investimenti ha chiesto l’annullamento del commissariamento e un risarcimento di 482 milioni per le modalità con cui è avvenuto il passaggio di controllo di Carige. A suo tempo il Fitd – si presume sulla base dei pareri degli uffici legali delle banche che ne fanno parte – aveva valutato come «assolutamente improbabile» la tesi sostenuta da Malacalza e del resto le modalità dell’operazione di salvataggio effettuate dai commissari di Carige avevano seguito le linee indicate dalla Bce. Le questioni saranno verosimilmente risolte in Tribunale.

Ma la “business combination” imposta dalla Bce alla banca ligure è davvero indispensabile?

«Sì – risponde Caselli – E non solo per Carige. Il mercato ha bisogno di due fattori differenti ma non in contrasto. Il primo riguarda le grandi dimensioni. Il business bancario tradizionale fa molta fatica a essere redditizio, la redditività è bassissima, gli sportelli non è che non servano più ma costano. D’altra parte fare prestiti richiede un grande assorbimento di capitale. Il modello di banca che raccoglie depositi e dà prestiti è in difficoltà. Appartiene a un’epoca passata. Le banche tradizionali o chiudono tutti gli sportelli – ma non è questa ovviamente la soluzione – o si aggregano. È una tendenza definitiva. Avvertita ora in particolare ma definitiva. Oltre a una certa soglia dimensionale sono possibili economie di scala che alleggeriscono i costi e poi circolano più idee, è più facile anche la diversificazione. L’Italia non può permettersi che le aggregazioni che deve fare non si facciano. L’anno scorso c’erano le incertezze e il pessimismo generati dalla pandemia, ora è il momento giusto. Il secondo fattore che si sta rivelando decisivo è la specializzazione. C’è spazio notevole per operatori molto specializzati, per l’investment banking modello Mediobanca per capirci, per l’asset management. Ci sono anche banche nate senza sportelli, pensiamo a Fineco o a Mediolanum. Cresce l’importanza della tecnologia, e questo avvantaggia i grandi gruppi che hanno risorse da investire e chi da subito ha puntato sull’innovazione tecnologica».

Ci sono anche piccole banche che sul mercato stanno benissimo.

«Certo. Sono state in grado di trovare una loro collocazione specifica».

La Bce negli ultimi anni ha esercitato una pressione regolamentare e di vigilanza crescente, focalizzata sul tema dei crediti deteriorati. Secondo alcuni si rischiano, con un eccesso di automatismi, effetti negativi sul credito all’economia e sulle stesse banche.

«Il problema degli npl andava risolto. La pressione è servita. Ora le banche che hanno sbagliato hanno pagato ma le altre sono solidissime, ipercapitalizzate. E dopo il 2011 hanno imparato la lezione. Inoltre la pandemia è stata durissima ma per fortuna è durata meno rispetto ad altre sciagure epocali e poi bisogna dire che il Governo sta pompando molta liquidità e aiuti. In sostanza, c’è un vento favorevole alla ristrutturazione del sistema, c’è una spinta che Carige sfrutterà. Vedremo come si comporrà il puzzle».

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