La questione della parità di genere che viene sensibilizzata l’8 marzo, in occasione della festa internazionale dei diritti della donna, non è solo una questione etica, di inclusione, di genere, ma anche (e soprattutto) una questione di natura economica “globale”.

Gli aspetti più critici sotto il profilo economico sono il divario retributivo di genere (tra uomini e donne) e la difficoltà di accedere al mercato del lavoro e di rimanerci, soprattutto in seguito alle ultime crisi economiche e pandemiche.

In Italia quasi il 40% delle donne ha lasciato il lavoro perché non riesce a gestire contemporaneamente anche la propria vita privata (i figli che rimangono a casa per la didattica a distanza o i genitori anziani che necessitano cure), quindi il Paese perde competitività, competenze, forza lavoro, creando un danno economico diretto in termini di riduzione del pil, di perdita di competenze e anche di risorse su cui lo Stato ha investito come istruzione e formazione.

Lo Stato investe su delle persone e poi le costringe a rimanere a casa. Secondo il World Economic Forum nel 2020, ci vorranno un centinaio di anni per raggiungere a livello globale la parità, mentre a livello di accesso alla partecipazione economica addirittura 257 anni. Nella classifica l’Italia è risultata al 76 posto su 153 Paesi nel mondo per la parità tra uomini e donne. Per quanto riguarda poi più specificamente la partecipazione al mercato del lavoro l’Italia si posiziona impietosamente al 95esimo posto e, con un livello sotto quello medio per quanto concerne la parità salariale, il guadagno atteso e la carriera.

In Europa lo scenario non cambia, nonostante l’uguaglianza e la parità di genere siano fra i valori fondativi dell’Unione europea e benché, sin dalla sua origine, i trattati prevedessero il principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro, sussiste invece un divario retributivo importante e le donne guadagnano in media il 16% in meno rispetto agli uomini. In media le pensioni delle donne in tutta l’Unione europea sono più basse del 30,1% rispetto a quelle degli uomini, le donne continuano a essere sottorappresentate nelle posizioni dirigenziali, fra l’altro nelle principali imprese dell’Ue, in cui sono solo l’8% degli amministratori delegati.

Inoltre le donne continuano a sobbarcarsi i lavori domestici che spesso impediscono loro di partecipare alla vita lavorativa del Paese, continuano a incontrare ostacoli all’accesso e alla permanenza nel mercato del lavoro e solo il 67% delle donne nell’Ue è impiegato, rispetto al 78% degli uomini. Persiste il fenomeno del “soffitto di cristallo”, cioè di una barriera all’apparenza invisibile, anche nel mondo imprenditoriale e solo il 6,3% delle posizioni di amministratore delegato nelle principali società quotate dell’Ue è ricoperto da donne.

L’Italia presenta una situazione complessiva in peggioramento: ha perso 6 posizioni in classifica. Con riferimento all’area dell’Europa Occidentale siamo al diciassettesimo posto (su 20 Paesi), dietro di noi la Grecia, Malta e Cipro. Abbiamo raggiunto una parità negli ambiti della sanità pubblica e dell’istruzione ma non ancora nelle partecipazione economiche con un gap del 40% e nella politica del 73%.

Dal quadro appena delineato emerge una grave carenza di partecipazione femminile al mercato del lavoro, e condizioni contrattuali ancora non parificate che se ribaltate potrebbero portare grandi benefici. A livello mondiale, il pil in condizione di parità aumenterebbe del 35% (28 trilioni di dollari entro il 2025) e per l’Italia, la Banca d’Italia ha stimato una crescita positiva del prodotto interno lordo per oltre mezzo punto all’anno.

Per intervenire efficacemente nel contrasto alla carente partecipazione femminile al mercato del lavoro, utilizzando anche strumenti finanziari previsti dall’Unione europea, occorre mettere in campo azioni efficaci atte a rafforzare il supporto all’infanzia, agevolando condizioni di parità sul lavoro, per esempio sui congedi per la nascita di un figlio e per la corresponsione del salario, rafforzando l’assistenza ai disabili e alla terza età, e prevedendo strumenti di sostegno alla emancipazione delle donne.

Se non saremo capaci di intervenire tempestivamente ed efficacemente su questi aspetti, saremo responsabili del danno economico e morale al nostro Paese.

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