Secondo l’Istituto Bruno Leoni, «Dare il via libera all’operazione significherebbe, anzitutto, impegnare ingenti risorse dei contribuenti: nell’offerta preliminare, Cdp valutava Aspi tra gli 8,5 e i 9,5 miliardi di euro. Di questi, il 40 per cento dovrebbero essere a carico della Cassa (cioè dei contribuenti italiani): parliamo quindi di 3,5-4 miliardi di euro. Per avere un ordine di grandezza, per l’approvvigionamento di circa 200 milioni di dosi di vaccini costerà al nostro paese 1,5 miliardi di euro. Ha senso investire nel passaggio di proprietà della rete autostradale più del doppio di quello che spendiamo per i vaccini?»

IBL osserva che «Tra l’altro, la governance del settore sta a sua volta cambiando. Non solo per la (contestata ma comprensibile) revisione del metodo tariffario, con l’adozione anche per le concessioni in essere della formula di price cap elaborata dall’Autorità dei trasporti. Negli ultimi mesi, si sono susseguiti interventi finalizzati proprio ad abbattere il valore degli asset, in modo da costringere gli attuali azionisti di Atlantia ad abbassare le orecchie: la riduzione del valore dell’indennizzo in caso di revoca della concessione (da 23 a 8 miliardi), proprio mentre questo provvedimento viene continuamente agitato in alternativa alla nazionalizzazione, evoca il peggior peronismo».

Infine, «l’approvazione del nuovo piano economico-finanziario di Aspi è ferma al Ministero dei trasporti, forse anche in attesa che si sciolga il nodo del controllo. È davvero intollerabile che, in un anno di profonda crisi economica, le beghe politiche blocchino investimenti per circa 14,5 miliardi di euro, di cui la metà realizzabili in tempi rapidi. Durante il discorso della fiducia al Senato, il Premier Draghi ha detto: “Il ruolo dello Stato e il perimetro dei suoi interventi dovranno essere valutati con attenzione”. L’imminente decisione su Autostrade contribuirà a dare sostanza, in un senso o nell’altro, a queste parole».

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