Sono 11 mila i nuclei famigliari che percepiscono il reddito di cittadinanza nella Città Metropolitana di Genova, quindi almeno 20 mila persone. Di questi 9 mila nuclei sono all’interno del capoluogo e 5 mila non sono di competenza dei centri per l’impiego ma dei servizi sociali del Comune: hanno bisogno di aiuto perché allo stato attuale non potrebbero essere reintegrati nel mondo del lavoro. «Si tratta di una presa in carico della famiglia a tutti gli effetti», spiega Massimiliano Cavalli, direttore delle Politiche sociali del Comune di Genova.

Dopo il fermo obbligato del 2020, anche a Genova stanno partendo i Puc – progetti di utilità collettiva. Si tratta di lavori socialmente utili, che impegnano per certo numero di ore e possono anche riguardare la piccola manutenzione di oggetti o di immobili. Non sono obbligatori per legge.

«La nostra attività – spiega Cavalli – consiste nell’aiutare queste persone a comprendere il contesto sociale in cui si trovano, dando un supporto educativo. Per esempio insegnamo loro a fare il curriculum o dedichiamo ore all’educazione famigliare. Spesso manca la possibilità di cercare un lavoro perché i figli, al pomeriggio, non sono in un contesto protetto».

«Anche il progetto che il Comune sta varando per il centro storico – aggiunge il consigliere delegato ai Servizi sociali Mario Baroni – ha lo scopo di trovare canali e possibilità che consentano alle persone di imparare mestieri. Abbiamo incontrato un centro di formazione per chef e panificatori che partirà a breve e abbiamo individuato alcune possibilità che consentirebbero di trovare per queste persone percorsi formativi anche per mestieri meno qualificati come per esempio il lavapiatti per certi dipi di alberghi».

L’obiettivo è eliminare il più possibile l’assistenzialismo per persone che possono rientrare con qualche sforzo nel mercato del lavoro.

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