Trenta giorni mancano alla presentazione della nuova giunta Toti, proclamato ieri presidente dall’Ufficio centrale regionale riunito presso la Corte d’Appello di Genova. Dovrebbero bastare ai partiti del centrodestra per mettersi d’accordo sulla assegnazione degli assessorati, e probabilmente in queste quattro settimane il riconfermato presidente riuscirà a fare quadrare i conti, magari trovando compensazioni fuori dell’ente regionale, per esempio Edoardo Rixi nel 2015 aveva rinunciato alla candidatura alla presidenza delle regionali e si è poi ritrovato parlamentare e viceministro.

Ma non sarà un processo semplice. Perché a complicare il compito del riconfermato presidente sono non solo e non tanto aspettative e ambizioni degli eletti (e dei non eletti) e dei loro partiti, ma un processo in atto che va oltre i confini regionali: la Lega sta cercando di cambiare linea politica – o potrebbe essere trascinata a farlo – e questa dinamica inevitabilmente mette in discussione lo stesso leader.

Salvini è arrivato ai risultati che sappiamo grazie a promesse demagogiche (quota 100, costi quello che costi), atteggiamenti da drago da bar alla Cerutti Gino verso l’Europa e, soprattutto, approfittando dell’incapacità della sinistra italiana e delle istituzioni europee di fornire ai cittadini una risposta rassicurante sulla questione dei migranti. Un fenomeno che non ha affatto trasformato l’Italia nella terra di nessuno dipinta da Salvini e che si può governare, ma non negare. E la sinistra, dopo Minniti, che in materia si era impegnato e aveva ottenuto risultati concreti, ha dato l’impressione di non voler affrontare il problema, accantonando e in certi casi vergognandosi dell’ex ministro dell’Interno del governo Gentiloni e rispondendo con argomentazioni di ordine morale a una domanda di ordine politico, quella di vivere in un Paese in cui si entra e si rimane in base alle sue leggi.

Una domanda che rimane, ma oggi più che i barconi carichi di migranti a preoccupare è l’epidemia, mentre il braccio di ferro con l’Europa e il rifiuto dell’euro stanno dimostrando la loro irragionevolezza, e la Lega è praticamente sola, e conta ben poco, nel Parlamento europeo. Non per nulla il numero due del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, da giorni suggerisce di avvicinarsi in qualche modo al Ppe, mentre a oscurare l’astro Salvini sta crescendo l’ombra di Luca Zaia. Forse il governatore del Veneto è sincero quando assicura di non avere ambizioni al di fuori della propria Regione ma la sua Lega (e quella di tanti altri amministratori leghisti del Nord), pragmatica e vicina ai ceti produttivi, aliena da sparate demagogiche e da infatuazioni verso improbabili modelli stranieri, costituisce di fatto un’alternativa a quella del leader. E intanto nei prossimi mesi nella Lega si terranno congressi locali, provinciali, regionali, con l’elezione dei relativi segretari. Una transizione e un rinnovo della dirigenza che non sappiamo dove porteranno.

Salvini ha intuito il bisogno di cambiamento e, con la disinvoltura che gli è propria, in un’intervista al Corriere della Sera ha parlato della necessità di una «rivoluzione liberale». Ma non solo come rivoluzionario liberale è poco credibile, deve anche mettersi in coda. Perché alla ricerca del consenso dei liberali, democratici, riformisti, ecc… sono da tempo impegnati Mara Carfagna, Carlo Calenda, Matteo Renzi e lo stesso Toti, che già da mesi si mostra attento a differenziarsi dalle forze sovraniste-populiste e, il giorno dopo il voto alle regionali, ha invitato Salvini a superare il ruolo di leader di partito per guidare il centrodestra, lanciando una «costituente del nuovo centrodestra, una federazione nuova di forze, che raccolga tutte le energie migliori nate in questi anni». Un invito, in sostanza, a superare il sovranismo-populismo, che ha suscitato un’aspra reazione della Lega ligure. Persino Giorgia Meloni ha anticipato il leader leghista nella ricerca di un nuovo rapporto con l’Europa.

La spartizione dei posti viene così a cadere in una fase delicata per Salvini che per dare una prospettiva alla Lega deve cambiarla, evitando di essere travolto dal cambiamento. Non è certo questo il momento per il leader leghista di deludere il partito nella distribuzione delle cariche, in Liguria come altrove.

Da fonti della Lega si apprende che nel nuovo ciclo amministrativo in Liguria il partito intende riavere le stesse cariche che aveva ottenuto in quello precedente: tre assessorati, la vicepresidenza della giunta e la presidenza del consiglio. Il fatto è che nel 2015 la Lega era uscita dalle urne come il partito più forte, l’architrave della coalizione, con il 20,25% dei voti, Forza Italia si era fermata al 12,66%, Fratelli d’Italia al 3,7%. Quest’anno la lista di Toti Cambiamo! ha conquistato il 24%, diventando il primo partito della Regione mentre la Lega si è fermata al 15,8%. Forza Italia è passata dal 12,66% del 2015 al 4,63 e a tenere testa a Cambiamo! all’interno del centrodestra è Fratelli d’Italia, notevole per il ritmo della crescita (dal 3,1% del 2015 al 10,79% del 2020) e per la vivacità dimostrata in questi ultimi mesi nel resto del Paese.

Toti subito dopo l’esito delle elezioni ha detto  che non si faranno questioni di numeri e che «la Lega è molto ragionevole». Dovranno essere tutti ragionevoli per mettersi d’accordo, perché gli assessorati sono sette, e se la Lega ne chiede tre, Fratelli d’Italia ne vuole uno e Forza Italia anche. Lo vuole Berlusconi, non solo la dirigenza ligure. Ma Forza Italia era in lista con Liguria popolare e con Polis, che chiedono a loro volta un riconoscimento… E rimane Cambiamo! con il suo 24% dei voti. È vero che esprime già il presidente della giunta ma può accontentarsi di questo? Inoltre i tre fedelissimi di Toti, gli ex assessori Marco Scajola (7.786 voti), Ilaria Cavo (7.587) e Giacomo Giampedrone (4.211, in una circoscrizione tradizionalmente non di destra) hanno ottenuto un notevole successo personale, non sarebbe facile lasciarli fuori della giunta.

D’altra parte Toti ha a disposizione anche la carica di vicepresidente della giunta e di presidente del consiglio. E poi, anche fuori dell’ente regionale, si potrebbe trovare qualche gallina da promettere per domani in cambio di qualche uovo oggi.

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