La chiusura serale dei ristoranti, il crollo del turismo e delle cerimonie ha influito pesantemente su un’altra categoria di lavoratori del cosiddetto indotto: le tintolavanderie. Sono circa 300 le aziende solo in provincia di Genova tra lavanderie industriali e artigianali, 480 gli addetti, sia titolari sia dipendenti. A livello nazionale il settore pesa un paio di miliardi di euro.

Martina Corso, referente del settore Tintolavanderie per Cna Genova lancia l’allarme: «Siamo preoccupati per la nostra categoria perché siamo aperti ma registriamo un calo fortissimo dovuto alle chiusure dei ristoranti e del settore turistico in generale».

Già nel primo lockdown le lavanderie, pur potendo restare aperte, non avevano registrato affari degni di nota, tanto che l’attività della stessa Corso, rimasta aperta per mezza giornata dal 12 al 26 marzo, è stata chiusa nel periodo successivo per assenza di clientela.

«Il divieto legato alle cerimonie e l’incremento dello smart working hanno certamente contribuito al calo del nostro lavoro perché sono andate perdute le abitudini quotidiane. L’impiegato o il dirigente non avevano più necessità di far lavare completi giacca-pantalone, per esempio», specifica Corso.

Ci sono alcune lavanderie ad acqua che lavorano esclusivamente con la ristorazione e sono in grossa crisi. «Tante piccole realtà fanno una grossa economia – evidenzia Corso – si fa presto a dire chiudiamo i ristoranti, ma non si considera chi lavora insieme a loro».

Il fatto di essere una categoria economica considerata un servizio essenziale è stato quasi una beffa: «Ci hanno dato i 600 euro delle partite iva e i mille euro del governo. Potevamo stare aperti quindi non abbiamo avuto altri aiuti».

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