Da oggi l’Acquario di Genova – nella vasca degli squali – ospita i resti dell’albero di maestra di una nave del II secolo d.C.; insieme ad esso una selezione di otto anfore costituisce un campionario significativo delle merci che raggiungevano lo scalo genovese tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C. Questo nuovo allestimento vuole rappresentare un diorama dei fondali del porto antico di Genova e testimoniare la ricchezza archeologica che giace sotto le vasche dell’Acquario.

Alla presentazione ufficiale avvenuta oggi all’Acquario sono intervenuti, tra gli altri, Beppe Costa, presidente e amministratore delegato di Costa Edutainment, Manuela Salvitti, Soprintendente di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Liguria, Bruno Massabò, ex Soprintendente dei Beni Archeologici della Liguria, Nicola Costa, presidente della Fondazione Acquario di Genova, Rosella Bertolotto, direttore del Laboratorio Regionale Arpal, Giuseppe Canepa, dirigente del Servizio Ambiente, Impianti e Manutenzioni dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, C.F. Felice Monetti, della Capitaneria di Porto, Simon Luca Trigona, coordinatore del Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea, Laura Castellano, curatore del Settore Mediterraneo e acque fredde dell’Acquario di Genova.

L’idea è stata resa possibile grazie ad uno specifico accordo di valorizzazione tra Soprintendenza e Fondazione Acquario, siglato nel 2014 a seguito della realizzazione del nuovo Padiglione Cetacei. Durante gli scavi archeologici realizzati in quell’occasione emersero centinaia di reperti che, seppur frammentari, ci permettono di conoscere l’attività dello scalo genovese nei suoi primi secoli di vita. I fondali portuali sono infatti una fonte storica eccezionale: in porto si ripulivano le stive delle navi al termine dei lunghi viaggi, si gettavano rifiuti urbani di ogni sorta, si perdevano strumenti e oggetti d’uso quotidiano.

Negli stessi anni l’Autorità Portuale realizzava una serie di opere di dragaggio nello specchio del Porto Antico, indispensabili per garantire fondali adatti alle moderne navi; anche in questo caso, grazie alla sorveglianza degli archeologi della società Tesi Archeologia di Genova, dallo scavo dei sedimenti accumulati nell’arco di lunghi secoli riemersero numerosi reperti, tra cui l’eccezionale rinvenimento dell’albero di maestra.

Ma il legno antico, senza costose e complesse operazioni di restauro (comunque non risolutive), si conserva solo sott’acqua, e fortunatamente le vasche dell’Acquario si prestano perfettamente a questo impiego. Nei magazzini della Soprintendenza sono custoditi inoltre molti esemplari di anfore romane, saccheggiate dai fondali del nostro mare e sequestrate dalle forze dell’ordine perché possano ritornare a far parte del nostro patrimonio culturale.

Stringenti esigenze di conservazione e l’opportunità di valorizzare beni archeologici altrimenti nascosti sono alla base di questa particolare operazione di allestimento museale che coniuga l’archeologia subacquea e la biologia marina. Ma questa, a parte la vetrina d’eccezione, non è una novità in Liguria, Regione dove i subacquei possono immergersi alla scoperta di numerosi relitti antichi e della ricca fauna che li colonizza.

Per inserire i reperti archeologici nella vasca degli squali è stato necessario prevedere una complessa serie di indagini e studi. Una fase di analisi preliminare è stata condotta dai tecnici di Arpal (Regione Liguria) per verificare che il legno non rilasciasse sostanze nocive per gli animali, con prelievi settimanali dell’acqua per monitorare l’eventuale presenza di metalli pesanti. Solo dopo due mesi di campionature ripetute si è potuto procedere all’inserimento in vasca. Per determinare le essenze lignee e la datazione dell’albero, infine, sono state condotte particolari indagini specialistiche da parte dei laboratori del Museo Archeologico del Finale e dell’ISCUM di Genova, enti che rappresentano due realtà liguri di eccellenza nel campo della ricerca scientifica applicata ai beni culturali.

L’albero maestro, conservato in due frammenti accostati, faceva parte della sommità di un albero di maestra che in origine doveva raggiungere 13 m di lunghezza complessiva e 60 cm di diametro alla base. Su due facce opposte dell’albero sono visibili file parallele d’incastri rettangolari al cui interno, tramite linguette esagonali (tenoni) fissate con perni (caviglie), si inserivano i gradini triangolari di due scale simmetriche, realizzate per consentire ai marinai di salire in testa d‘albero. L’analisi al microscopio ha stabilito che per l’albero venne usata una quercia decidua, mentre per le caviglie e i tenoni s’impiegò il leccio, un legno durissimo adatto a resistere a forti sollecitazioni. La datazione al radiocarbonio della parte più esterna del tronco ha restituito l’età di 1955+45 anni fa, che corrisponde all’intervallo compreso tra 54 a.C. e 137 d.C., mentre una seconda datazione dendrocronologica (conteggio e misura delle cerchie di accrescimento dell’albero) ha dimostrato che venne impiegato un albero di circa 120 anni di vita, nato prima del 52 d.C. e abbattuto dopo il 147 d.C.

Le anfore, oltre a essere reperti che si conservano perfettamente sia nel sottosuolo che sui fondali marini, sono i principali contenitori da trasporto del mondo antico: per questo gli archeologi subacquei le studiano per indagare la geografia economica e le rotte commerciali. Per la vasca sono state scelte tipologie ampiamente attestate nel porto di Genova e più in generale sulle coste e nei relitti liguri. La più antica è una Greco-Italica del III sec. a.C., la prima anfora vinaria prodotta dai Romani; segue una Dressel 1 del I sec. a.C. , l’anfora per eccellenza del vino tirrenico, esportata in milioni di esemplari soprattutto nelle Gallie e sostituita, verso la fine del secolo, dalla Dressel 2/4 , più leggera della precedente e prodotta in tutto il bacino mediterraneo, a cui si associano i contenitori dei vini siciliani e gallici. Le anfore olearie sono rappresentate da un esemplare africano del II secolo a.C. e da una Lamboglia 2 , tradizionalmente attribuita alla costa adriatica, mentre per le salse di pesce (garum) abbiamo un’esemplare spagnolo di Dressel 8.

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