L’ultima emozione che ci ha regalato la lunga trattativa tra Pd, sinistra radicale e M5S per la candidatura del presidente alle regionali in Liguria è venuta oggi da Repubblica ed è stata presto vanificata.

I giallorossi, dopo sei mesi di discussioni, nei giorni scorsi si sono accordati  sul giornalista Ferruccio Sansa. Secondo il quotidiano, Beppe Grillo in una telefonata a Di Maio avrebbe respinto la candidatura di Sansa, bocciatura condivisa dal ministro pentastellato. Poi  il sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti Roberto Traversi in una nota ha dichiarato che «Ferruccio Sansa è il candidato alla presidenza della Regione Liguria di tutto il Movimento 5 Stelle. La sua scelta è frutto di una lunga riflessione interna e di un grande confronto. Abbiamo la massima fiducia in lui e con lui, uniti, siamo sicuri di poter vincere».

L’intesa, quindi, resta. E getta un fascio di luce sulle dinamiche in atto all’interno del Pd, ligure e nazionale. Per metterle a fuoco proviamo a valutare i pro e i contro dell’operazione dal punto di vista dei democratici.

Sansa è stato spesso fortemente critico nei confronti del Pd. Con Marco Preve ha scritto un libro-inchiesta, “Il partito del cemento” (edizioni “chiarelettere”), dove l’ex governatore ligure del Pd, Claudio Burlando, viene indicato come uno dei protagonisti della “cementificazione” della regione e nel suo blog (il 17 ottobre 2014) il giornalista aveva scritto: “Burlando, così in trent’anni ha distrutto la Liguria”.

In sostanza, i dem candidano una figura che condanna i dieci anni della loro amministrazione regionale. Naturale che la decisione abbia diviso il Pd ligure, con la parte più vicina alla sinistra radicale favorevole e un’altra contraria. La scelta di Sansa  inoltre ha automaticamente allontanato dalla coalizione Italia Viva (lo stesso Renzi si era espresso contro la candidatura del giornalista) e la galassia riformista- liberaldemocratica. Non solo. Una parte non quantificabile con precisione, ma non irrilevante,  del centrodestra, specialmente nel Ponente ligure, non ama Toti. Non lo amano alcuni dirigenti e militanti di Forza Italia,  che non accettano la sua egemonia e la vicinanza al sovranismo di Salvini,  e lo detestano il sindaco di Imperia Claudio Scajola e quello di Savona Ilaria Caprioglio. E i loro sostenitori che, specialmente nel caso dell’ex ministro, non sono pochi. Un Pd guidato da personalità come Ariel Dello Strologo, e magari senza la compagnia di M5S, avrebbe potuto rastrellare voti di elettori di centrodestra  senza bisogno di trattative tra leader. Ora la possibilità è da escludere e, anzi, sembra probabile che diversi elettori del Pd optino per un voto disgiunto, restando fedeli al loro partito ma scegliendo il leader di un terzo polo.

In conclusione, il Pd da una parte ottiene l’alleanza con M5S e consolida il rapporto con la sinistra, probabilmente recuperando voti dal vasto bacino dell’astensione (alle ultime regionali vicino al 50%), dall’altra perde di sicuro l’appoggio delle forze di centro e probabilmente farà subire al candidato presidente l’effetto del voto disgiunto. E se le forze di centro, come sembra, riusciranno a costituire una loro lista con un proprio candidato, potrebbe replicarsi nel 2020 quanto accaduto nel 2015. Allora la coalizione che sosteneva Toti aveva ottenuto il 34,45% dei voti. Paita il 27,85%, con il Pd e due liste civiche, mentre Luca Pastorino – deputato Pd civatiano, uscito dal partito per candidarsi in contrapposizione a Paita – sostenuto dalla sua lista e da Rete a Sinistra, aveva raccolto il 9,42%. E Toti aveva vinto.

Tutto sommato la scelta del Pd non sembra conveniente, in termini di consensi, anche perché il principale alleato, M5S, non è più una macchina da voti. Allora perché è stata presa? Secondo fonti della sinistra, innanzi tutto è stato il segretario nazionale Zingaretti a volere a ogni costo l’alleanza con i grillini. Per evidenti motivi, condivisi anche dai vertici di M5S e dal premier Conte: rafforzare la coalizione a livello nazionale. Meglio rischiare di perdere insieme che vincere separati, creando nuova tensione nella maggioranza di governo. E, a quanto si apprende, i grillini avrebbero puntato da subito su Sansa, Massardo sarebbe stata una finta alternativa. Inoltre accontentare M5S in Liguria per Zingaretti potrebbe essere una carta da giocare in trattative in  altre realtà locali.

Infine sarebbero stati determinanti due liguri, big a livello nazionale: Andrea Orlando e Roberta Pinotti (strettamente legata a Dario Franceschini, quindi con il suo consenso). Il 15 luglio scorso si è avuta una sorta di “Notte dei lunghi coltelli” in casa Pd. Con la scelta di Sansa, Orlando e Pinotti hanno voluto fare tabula rasa del vecchio partito. Burlandiano ma non solo. Ex renziani come Rossetti e dirigenti di diverso orientamento, come Tullo, Margini, Lunardon, sono stati messi fuori gioco nella prospettiva di un nuovo partito, secondo gli autori di questa mossa in grado di intercettare nuove esigenze del corpo sociale e di raggiungere un bacino elettorale più vasto. Si direbbe l’applicazione in Liguria della strategia di Bettini, che prevede un’alleanza fra centrosinistra e grillini, senza più  vincoli di derivazione liberale, e capace di trattenere i consensi dell’Italia rancorosa e giustizialista captati da M5S.

Che cosa farà ora la sinistra liberaldemocratica? Da tempo si parla di un terzo polo, in cui potrebbero confluire +Europa, Italia Viva, Azione, e anche forze non appartenenti alla sinistra, come Energie per l’Italia, e spezzoni del centrodestra ligure, simpatizzanti di Claudio Scajola e altri, di estrazione liberale. In dicembre, a Genova, alla trattoria dell’Acciughetta, esponenti di buona parte di questo mondo, variegato ma convergente su determinate linee programmatiche, si erano riuniti per valutare la possibilità di costituire un terzo polo con un suo candidato. Poi, in marzo, Calenda ha deciso che Azione non si sarebbe presentata alle regionali, mentre Renzi ha imposto uno stop a Italia Viva: se la coalizione di centrosinistra non avesse scelto Sansa ma un altro candidato, per esempio Massardo, i renziani avrebero aderito, altrimenti no e avrebbero presentato una loro candidata, Elisa Serafini, molto stimata in quel settore dell’opinione pubblica più sensibile alle proposte liberali e liberiste. Così, in pratica, il lungo stallo delle trattative tra Pd e M5S ha bloccato anche i riformisti liberaldemocratici. Nel frattempo alcune componenti del potenziale terzo polo si sono accasati altrove: per esempio, l’ex assessore comunale Arianna Viscogliosi ha scelto di candidarsi in Forza Italia.

E ora? È probabile che il terzo polo si faccia, al progetto stanno lavorando +Europa e Italia Viva, Psi, Alleanza Civica –  a cui fanno capo, tra l’altro, le liste di Arcangelo Merella e di Lorenzo Forcieri –  e altri movimenti. Il candidato potrebbe essere Massardo. Non sappiamo, al momento, come si stia orientando Energie per l’Italia. Il partito di Stefano Parisi in passato si era dichiarato favorevole a una coalizione che non includesse Pd e M5S, quindi potrebbe essere interessato. Anche sulle linee programmatiche una convergenza non dovrebbe essere impossibile. Lo sapremo presto, perché ormai i tempi sono più che maturi.

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