Il principale obiettivo delle attuali politiche europee volte a contrastare il cambiamento climatico e il degrado ambientale è chiamato “transizione sostenibile”. Si tratta, in sostanza, di favorire una trasformazione completa di tutti i sistemi socioeconomici verso modi di produzione e consumo che non mettano a rischio il benessere delle future generazioni.

Sebbene la transizione sostenibile richieda necessariamente strategie nazionali di lungo termine, coordinate a livello europeo, l’Ue riconosce l’importanza di conferire anche alle singole realtà locali un ruolo attivo nella sperimentazione di nuove forme di governance e di nuovi approcci alla produzione e al consumo (bottom-up).

Le aree rurali, che rappresentano la maggior parte del territorio europeo (91%) e della popolazione (59%), hanno un ruolo chiave per risolvere molte delle grandi sfide poste dalla transizione sostenibile. Infatti, insieme a quello energetico e dei trasporti, l’agroalimentare è uno dei settori a più elevato impatto ambientale e sociale.

Secondo i dati più recenti dell’Ufficio statistico dell’Ue (“Agriculture, Forestry and Fishery Statistics”, 2018), l’Italia occupa il secondo posto nell’intera Unione per fatturato agricolo (51,7 miliardi) dopo la Francia e prima della Germania ed è, allo stesso tempo, la seconda nazione nell’Ue per quantità di superficie dedicata all’agricoltura biologica, con 1,2 milioni di ettari. Il quadro nazionale che emerge è dunque positivo e l’Italia risulta competitiva in Europa nonostante la sua frammentazione agricola, caratterizzata in gran parte da piccole imprese, spesso a conduzione familiare. Secondo i più recenti dati Istat il 96% delle imprese agricole è rappresentato da aziende individuali e l’87% ha una superficie inferiore a 10 ettari.

La ridotta dimensione delle imprese agricole rende loro difficile e oneroso  effettuare investimenti in nuove tecnologie più efficienti e modificare i processi produttivi nell’ottica degli obiettivi ambientali previsti dall’Agenda 2030 per la sostenibilità, e le istituzioni non dispongono di sufficienti risorse per finanziare questa transizione “green”. È necessario, pertanto, riuscire ad avviare un processo virtuoso che fornisca un incentivo ai piccoli agricoltori e allevatori per crescere in modo sostenibile.

In questo senso, la tracciabilità alimentare di filiera può svolgere un ruolo significativo oltre che rappresentare un’opportunità di crescita economica e sociale per le comunità rurali. Queste, infatti, tendono a essere caratterizzate da valori, nei più noti indicatori socioeconomici, molto inferiori a quelli registrati nelle città. La tracciabilità di filiera permette di certificare l’origine dei beni alimentari dal momento in cui vengono prodotti a quello in cui vengono acquistati. Il consumatore è quindi in grado di verificare la loro qualità in base sia al contenuto ecologico (che dipende dal luogo in cui sono stati prodotti) sia al processo produttivo utilizzato. Di conseguenza, un bene di alta qualità derivante dall’agricoltura o dall’allevamento sostenibile può essere riconosciuto e valutato adeguatamente. Questo permette, contemporaneamente, di garantire sicurezza alimentare e nutrizionale ai consumatori, remunerare i piccoli produttori per i maggiori costi sopportati e premiarne il comportamento ecosostenibile. Inoltre, rappresenta una leva moltiplicativa per l’intera comunità rurale di riferimento, ad esempio, per i settori della ristorazione e del turismo esperienziale che di conseguenza riconoscono e si fanno portatori dei valori associati alla crescita sostenibile.

La tracciabilità può quindi fornire le risorse necessarie ai piccoli produttori alimentari per completare l’ulteriore passaggio necessario alla transizione a una agricoltura più green, la cosiddetta “Agricoltura 4.0”. Questa si basa sull’utilizzo di nuovi veicoli e attrezzature agricole smart che raccolgono dati chimico-fisici su piattaforme online. Per la singola azienda, un sistema informatizzato di questo tipo può ridurre i costi di produzione attraverso interventi mirati sulle diverse fasi produttive, incrementare in generale l’efficienza produttiva e migliorare la qualità del prodotto riducendo l’impatto ambientale. Ma non solo, una volta applicato all’intera filiera, questo “internet farming” può rinforzare la tracciabilità dei prodotti attraverso la geolocalizzazione (tracciabilità digitale). Un’analisi effettuata dal Politecnico di Milano (Osservatori.net, 2019) ha analizzato un campione di 76 aziende nazionali che già utilizzano processi di tracciabilità digitale dei propri prodotti e ha osservato, oltre a numerosi benefici ambientali, che molte delle aziende esaminate riescono ad aumentare il fatturato grazie alle maggiori informazioni sul prodotto che sono rese disponibili al consumatore.

Alla luce di queste considerazioni, alcuni spunti interessanti sono forniti dalle attività svolte nell’ambito di due progetti europei promossi da Regione Liguria, Cambio Via e Biodivalp, focalizzati sul settore della piccola produzione lattiero-casearia e di carne bovina nelle aree dei Parchi Liguri. Queste ultime sono caratterizzate da zone ricche di biodiversità che permettono agli allevatori di produrre beni a elevato contenuto ecologico ma che, per conformità territoriale, non consentono lo sviluppo di imprese di grandi dimensioni. Come riferito da Daniela Minetti, responsabile dei progetti, una prima indagine nell’ambito dei progetti ha censito e intervistato i piccoli produttori dei parchi delle Alpi Liguri, del Beigua, dell’Antola e dell’Aveto per ottenere un quadro dello stato del settore della piccola produzione agroalimentare in queste zone.

Quello che emerge è la consapevolezza di produrre beni di alta qualità grazie all’utilizzo di metodi produttivi sostenibili, come il pascolo in zone d’alpeggio e l’autoproduzione di fieno in zone ad alta biodiversità, e grazie alle condizioni ambientali favorevoli che caratterizzano le aree protette. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, questa alta qualità non si riflette nei prezzi di vendita dei prodotti e, di conseguenza, nonostante la domanda per questi beni sia molto elevata, gli allevatori intervistati sono spesso insoddisfatti dei propri margini di profitto. Inoltre, l’indagine ha mostrato che esiste una certa reticenza all’innovazione, se non limitatamente ad alcuni casi e nei confronti di tecnologie che riducono lo sforzo umano e i costi di produzione. La possibilità di informatizzarsi non è ancora nota e, ovviamente, neppure i vantaggi che ne possono derivare. Dal punto di vista sociale, invece, si è osservato un forte interesse dei produttori intervistati verso il coinvolgimento nella vita della comunità di appartenenza, attraverso la creazione di una rete di relazioni con gli altri attori della filiera.

Sembra, quindi, che nelle zone coinvolte nel progetto ci sia margine di intervento cercando, da un lato, di far percepire al consumatore la qualità intrinseca dei prodotti del territorio attraverso meccanismi come la tracciabilità delle filiere e, dall’altro, informando i produttori riguardo alle nuove tecnologie disponibili e, infine, coinvolgendo le comunità rurali attraverso un processo di valorizzazione dei loro prodotti tipici e creando delle reti formali e informali tra i vari attori locali.

(Barbara Cavalletti ed Elena Lagomarsino)

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