La pandemia e il conseguente lockdown hanno aperto una fase di crisi economica grave, che potrebbe accelerare processi di innovazione, ma ora sta mettendo in forte difficoltà le aziende, specialmente quelle piccole, che in Italia sono la maggioranza e in Liguria lo sono ancora di più.

Secondo il recente rapporto rapporto di Intesa Sanpaolo e Prometeia, il tessuto manifatturiero italiano si trova a dover fronteggiare una crisi senza precedenti, dove shock di domanda e di offerta rischiano di avere effetti sensibili sulla tenuta di una parte della capacità produttiva. Le misure di contenimento dell’epidemia, adottate sia nel nostro Paese sia nei vari Paesi del mondo, hanno portato a un rapido deterioramento del contesto operativo, che il rapporto stima possano causare una contrazione del 14,7% dei livelli di attività del manifatturiero italiano nel 2020. A questa contrazione seguirà un recupero parziale nel 2021 (+5,3%). Sull’intensità della ripresa, però, gravano rischi al ribasso, derivanti da eventuali nuove fasi di stop and go che potrebbero prospettarsi con il ritorno di focolai del virus. Ulteriori rischi sono possibili sul fronte del commercio internazionale, già colpito nel 2019 dalle guerre tariffarie tra Stati Uniti e Cina, e che potrebbe registrare nuove tensioni legate alla diffusione della pandemia, considerando la prospettiva delle elezioni presidenziali americane.

Che sta accadendo nel tessuto produttivo della regione spazzato dai venti di questa tempesta? Per averne un’idea prenderemo in considerazione diversi settori, partendo dalle realtà strutturate in filiere guidate da grandi aziende. Come Fincantieri.

In Liguria Fincantieri impiega complessivamente 3.200 dipendenti diretti. La maggior parte delle aziende fornitrici opera all’interno dei suoi siti. Si tratta di 800 imprese che danno lavoro a 7 mila persone. Un altro centinaio di fornitori lavora all’esterno degli stabilimenti del colosso. Novecento aziende in tutto, alcune delle quali lavorano non soltanto per Fincantieri ma anche per altre realtà, in certi casi anche per suoi concorrenti, e non tutte sono piccole o medie: con il gruppo navalmeccanico, per esempio, collabora anche Leonardo, ma per la gran parte dei componenti di questa galassia il proprio futuro dipende da quello della capofiliera.

Anche Fincantieri ha sentito i colpi della crisi. Non soltanto nel bilancio del primo trimestre la società ha accusato mancati ricavi quantificabili in 190 milioni, a causa della sospensione delle attività dei cantieri e degli stabilimenti italiani del gruppo, ma preoccupava un’ipotesi: il crollo delle compagnie di crociera non avrebbe coinvolto anche il maggior costruttore mondiale di navi da crociera, che dal settore ottiene circa il 60% dei suoi ricavi?

Il fatto è che non si sono avute disdette di ordini nel settore cruise, e del resto Fincantieri non fa solo navi da crociera. Più di un terzo del suo fatturato viene ormai dal settore militare, sempre più promettente. Il gruppo vende navi militari, anche all’estero, e l’Italia ha assoluta necessità di garantirsi la sicurezza nel Mediterraneo.

Il 26 maggio scorso l’ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, durante un’audizione in videoconferenza in commissione Difesa del Senato, ha annunciato che Fincantieri sta «finendo alcune trattative con i clienti» e «a oggi non c’è stata alcuna cancellazione di ordini» nel settore cruise. La pandemia ha bloccato il settore croceristico globale e la nostra strategia è stata quella di fare di tutto per evitare la cancellazione degli ordini. Per fare ciò – ha spiegato – abbiamo allungato i tempi di consegna e rallentato di conseguenza l’attività produttiva evitando a qualsiasi costo cancellazioni di ordini da parte degli armatori e questo ha comportato un allungamento dei termini di pagamenti e a oggi non abbiamo avuto nessuna cancellazione di ordini».

«L’unico Paese che al momento potrebbe garantire che i flussi economici passanti per il Mediterraneo si svolgano in sicurezza e senza problemi – ha ricordato Bono durante l’audizione – è l’Italia. Finora questo compito era stato affidato agli Stati Uniti, che tuttavia si stanno disimpegnando con la presidenza Trump, mentre la Francia pur avendo accesso al Mediterraneo, si affaccia anche sull’oceano Atlantico. L’Italia ha invece tutte la capacità per diventare un protagonista nella regione». Perché questo accada «è necessario che la sua presenza sia sostenuta da mezzi che garantiscano una deterrenza, come le navi militari». Infine, ha ribadito Bono, «se vogliamo che i traffici vadano verso l’Italia serve nel Mediterraneo una capacità di dislocare navi militari in grado di garantire che il transito delle merci avvenga senza problemi».

Con 92 navi da costruire nei prossimi anni, per un valore complessivo, tra contratti già firmati e in via di definizione, di 31,9 miliardi, e nessuna disdetta, Fincantieri guarda quindi al dopo Coronavirus con relativa tranquillità. E insieme al colosso navalmeccanico, possono pianificare il proprio sviluppo le aziende del suo indotto.

Nell’immediato Fincantieri ha potuto garantire la continuità di flussi di cassa ai suoi fornitori, che in gran parte sono piccole aziende, difficilmente in grado di superare lunghi periodi di astinenza finanziaria e, altamente specializzate, con carpentieri, saldatori e altre figure professionali difficili da recuperare.

«La  filiera – spiegano in Fincantieri – ha un valore strategico per noi, è composta da aziende in gran parte ad altissima specializzazione. In certi casi abbiamo contribuito alla formazione dei lavoratori di queste aziende, la collaborazione con enti formativi per i nostri  dipendenti è stata estesa ai dipendenti dei fornitori. E con  l’esplosione della crisi e il fermo produttivo ci siamo subito resi conto che   piccole imprese erano in gravi difficoltà. Allora abbiamo provveduto a saldare tutti i i pagamenti, anche in anticipo rispetto alle scadenze delle commesse. Così abbiamo dato la possibilità ai componenti della nostra filiera di pagare i loro fornitori, anticipare la cassa integrazione ai dipendenti e fare fronte agli altri impegni più pressanti. Anche per l’organizzazione del lavoro si è ragionato in un’ottica di integrazione. Le misure di sicurezza che abbiamo adottato valgono anche per le aziende che lavorano nei nostri siti e abbiamo pensato anche a problemi come quelli dell’approvvigionamento delle mascherine e degli altri dispositivi di sicurezza individuale. A un certo punto le mascherine erano diventate un bene raro, e un lavoratore ne impiega tre al giorno, siamo riusciti a soddisfare il nostro fabbisogno e quello delle aziende che lavorano con noi».

«Anche la copertura assicurativa integrativa, studiata specificamente per l’emergenza Covid-19, e rivolta alla totalità dei dipendenti delle società italiane del gruppo – precisa un dirigente di Fincantieri – può essere sottoscritta alle medesime condizioni, dalle aziende della filiera per i propri dipendenti. Un’altra necessità delle aziende di Riva Trigoso che operano nel nostro indotto, con la ripresa del lavoro è stata quella della mobilità tra la stazione ferroviaria di Sestri Levante e la zona industriale. Molti lavoratori vengono da altri Comuni e scendono alla stazione ferroviaria di Sestri Levante. Con Atp abbiamo affrontato il problema di come farli arrivare sul luogo di lavoro rispettando le misure di distanziamento sui mezzi pubblici e l’azienda di trasporto dal 21 aprile ha messo a disposizione una linea dedicata, con 6 corse tra andata e ritorno, tra la stazione e l’ingresso dei cantieri».

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