La Liguria è quasi in fondo alla classifica regionale della media di tamponi diagnostici al giorno per 100 mila abitanti: 60. Dietro di lei solo Calabria (57), Sardegna (52), Abruzzo (48), Sicilia (38), Campania (20) e Puglia (18), che hanno però un’incidenza di contagi molto più bassa.

Rispetto al periodo 23 aprile-6 maggio la media dei tamponi diagnostici al giorno per 100 mila abitanti è diminuita di 4 unità in Liguria.

Lo rileva Fondazione Gimbe, che ricorda come invece le evidenze scientifiche e le raccomandazioni internazionali puntano per la fase 2 su tre pilastri: mirata estensione dei tamponi per individuare i soggetti asintomatici (testing), strategie di tracciatura dei casi (tracing), inclusa l’app Immuni, e loro adeguato isolamento (treatment), oltre alle indagini siero-epidemiologiche per conoscere la diffusione del virus nella popolazione.

Gimbe rileva che in Italia questi pilastri non possono contare su un’adeguata infrastruttura informativa, tecnologica e organizzativa necessaria per una ripartenza del Paese in sicurezza nel momento in cui i dati riflettono ancora la fase finale del lockdown.

«Anche nella settimana 13-20 maggio – afferma il Presidente Nino Cartabellotta – il monitoraggio indipendente della Fondazione Gimbe conferma sia la costante riduzione del carico di ospedali e terapie intensive, sia il rallentamento sul fronte di contagi e decessi». In sintesi:

  • Casi totali: +5.318 (+2,4%)
  • Decessi: +1.224 (+3,9%)
  • Ricoverati con sintomi: -2.528 (-20,8%)
  • Terapia intensiva: -217 (-24,3%)

«Se i dati ospedalieri sono affidabili e tempestivi – evidenzia il presidente – il numero di nuovi casi è direttamente influenzato dal numero dei tamponi eseguiti dalle Regioni, che su questo in parte si mostrano restie, verosimilmente per il timore non dichiarato di veder aumentare troppo le nuove diagnosi che le costringerebbero ad applicare misure restrittive».

Peraltro, le indicazioni all’uso dei tamponi rimangono quelle ministeriali del 20 marzo e del 3 aprile che raccomandano di eseguirli prioritariamente ai casi sintomatici/paucisintomatici, ai contatti a rischio sintomatici e agli operatori sanitari e agli ospiti di residenze per anziani: in altre parole la fase 2 è partita senza definire una nuova policy nazionale per l’esecuzione dei tamponi.

Considerata la rilevanza della strategia delle 3T (testare, tracciare, trattare), la Fondazione Gimbe ha aggiornato e approfondito l’analisi indipendente condotta sui dati della Protezione Civile che dal 19 aprile, oltre al numero totale dei tamponi effettuati da ciascuna Regione, rende disponibili i “casi testati”, ovvero il numero dei “soggetti sottoposti al test”.

«Per valutare la reale propensione di una Regione all’attività di testing e tracing – spiega Cartabellotta – sono stati considerati solo i tamponi “diagnostici” e non quelli “di controllo”, utilizzati per confermare la guarigione virologica o per altre necessità di ripetere il test».

Dalle analisi relative alle ultime 4 settimane emergono tre dati incontrovertibili: innanzitutto, il numero medio giornaliero di tamponi diagnostici per 100.000 abitanti è incredibilmente esiguo rispetto alla massiccia attività di testing e tracing necessaria nella fase 2; in secondo luogo, la propensione ad eseguire tamponi diagnostici presenta enormi e non giustificate variabilità regionali che influenzano anche il valore di Rt incluso negli indicatori del ministero della Salute; infine, nelle ultime due settimane, solo Provincia Autonoma di Trento e Valle D’Aosta hanno potenziato in maniera rilevante l’attività di testing.

«Per quasi tutte le Regioni – sostiene Cartabellotta – la ricerca attiva di contagi asintomatici e la tracciatura dei loro contatti non rappresentano una priorità nonostante siano strumenti indispensabili della fase 2. Dopo essere stati colti impreparati nella fase 1 senza mascherine, Dpi, ventilatori, stiamo pericolosamente rinunciando a giocare d’anticipo affrontando la fase 2 con armi spuntate: considerati i clamorosi ritardi dell’app Immuni e dell’indagine siero-epidemiologica, l’unica arma a disposizione oggi sono i tamponi diagnostici. Eseguirne pochi aumenta il rischio di una seconda ondata perché il monitoraggio della fase 2 potrà essere effettuato solo tardivamente sulla base dell’aumento dei ricoveri ospedalieri».

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