Nell’insieme di novità che si sono venute a creare in gran copia durante l’inusitato periodo di lockdown che abbiamo appena lasciato, tra le quali prevalgono di gran lunga le ricadute negative – da quelle economiche, incluse le contestazioni più o meno giustificate alle politiche del governo e delle regioni, alle lamentele sistematiche e alle rivendicazioni degli immancabili diritti – voglio andare a cercare qualcosa di positivo.

Sentiamo spesso ripetere che uno dei settori maggiormente danneggiati dal blocco totale dell’attività per due mesi e mezzo è quello del terziario, in particolare turismo, accoglienza e ristorazione. Hotel, bar e ristoranti offrono un servizio che deve essere fruito sul momento, non può essere posticipato: quella notte in hotel che l’albergatore non vende, non la venderà mai più, con tutta evidenza non è recuperabile, costituisce una perdita secca.

Per tutti gli operatori di questo settore – fondamentale e trainante per l’economia nazionale, considerati i volumi prodotti, il gettito di cui lo stato beneficia e, non ultima, gli effetti sull’immagine del paese – la crisi è stata estremamente pesante, incomparabile alle precedenti e anche a quella vissuta da molti altri settori che magari in qualche tempo riusciranno a recuperare il terreno perduto. Va anche tenuto presente che, salvo rarissime eccezioni,   la totalità di coloro che operano in queste filiere è costituita da piccoli o medi o piccolissimi imprenditori privati e dai loro collaboratori e dipendenti, che vivono quotidianamente del loro lavoro, non hanno sostanzialmente nessun aiuto dal pubblico che anzi, per molti di essi, si manifesta solo all’occasione della riscossione dei tributi o di qualche verifica fiscale.

Queste persone, molte delle quali non avranno purtroppo modo di riprendere il loro lavoro e si troveranno a dover chiudere l’attività, hanno accettato di buon grado lo stop imposto dal governo comprendendone le solide motivazioni, e hanno atteso la fine del lockdown con grande dignità e fiducia. Quando hanno protestato lo hanno fatto civilmente, e talvolta, come i ristoratori a Milano, sono stati incredibilmente multati.

I baristi, abituati a tirar su la saracinesca alle 5 del mattino per preparare i tramezzini per la giornata, e caffè e brioche per i primi avventori, con impegni di spesa assunti contrattualmente e spesso stipendi da pagare ai dipendenti, in risposta alla loro legittima richiesta di sapere come e quando avrebbero potuto riprendere a lavorare, hanno dovuto ascoltare uno sprovveduto ministro che li accusava di essere alla rincorsa «del Dio denaro».

Ho sempre avuto un particolare personale apprezzamento per chi gestisce un bar: per ruolo sempre pronto e gentile, non ha da lamentarsi per gli orari incredibili cui lo sottopone il suo lavoro, di cui si rende consapevolmente responsabile, ed è dotato di una speciale combinazione di capacità manuali e intellettuali. Non è da tutti saper gestire in parallelo il servizio di un caffè sul piattino per un cliente contemporaneamente all’acquisizione dell’ordine di un altro in arrivo, avere la velocità di approntamento nei momenti di punta e la rapidità decisionale necessaria nell’accorpamento e ottimizzazione delle richieste di clienti diversi, sempre con la dovuta attenzione al far di conto.

Queste operatori hanno in grande maggioranza affrontato la crisi con una serena rassegnazione verso l’ineluttabile, preparandosi alla riapertura con una vena di residuale ottimismo, alcuni con cui ho parlato hanno avuto persino la forza di una qualche ironia che li ha spinti a rimettersi in gioco rivolgendosi al futuro con un po’ di fiducia.

Quando la riapertura è stata “concessa” (questo il termine utilizzato), si sono fatti trovare pronti, hanno attrezzato banchetti all’ingresso del loro esercizio, dotati di gel igienizzante e quant’altro occorresse, poiché la gente non poteva ancora entrare portavano caffè e brioche alla porta, dimostrando una gran voglia di fare, di lavorare, di dare il loro contributo.

Queste persone rappresentano il meglio dell’Italia.

Non sono le uniche, per fortuna. Così come il sopracitato ministro – si tratta di Francesco Boccia – ne rappresenta il peggio. E, in questo caso per sfortuna, anche lui non è unico.

Auspico un paese con la dignità, il valore dato al lavoro e la buona volontà del barista, dove l’arrogante e ignorante supponenza del ministro viene riposta in un angolo e presto dimenticata.

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