Chi pensa oggi alle colf? Anche a quelle più fortunate, quelle “in regola”. Se consideriamo il caso delle colf, in regola o non in regola,  e di tante altre categorie di persone poco garantite o non garantite affatto,  sembra   che nella nostra società il Covid-19 si sia inestato su un  altro virus, peggiore e ben più antico: quello dell’indifferenza verso i più deboli.

Immaginiamo che una (benestante) famiglia occupi, alla luce del sole, una colf. Una collaboratrice brava e fidata: lo testimonia il fatto che sia dipendente da ormai dieci anni.

All’improvviso arriva la pandemia, cambia tutto. Da metà marzo la donna interrompe la sua attività lavorativa, forse per timore del contagio. Timore suo o della famiglia dove lavora o di entrambi, non lo sappiamo ma poco importa.

Per marzo nessun disagio: nel suo salvadanaio la colf conserva ancora un po’ di ferie che le consentono di guadagnare la solita paga, otto euro lordi per ogni ora di lavoro.

Poi arriva aprile e con lui il problema che nessuna task force governativa aveva ipotizzato. È questo il problema inatteso, segnalato dalle poche parole scritte dalla famiglia a chi si occupa delle faccende amministrative della collaboratrice:

“Buongiorno, la donna in aprile non ha lavorato. Assente tutto il mese, no ferie no tfr. Cordiali saluti”.

La “donna” resta senza paga.  Così è.

Sarà un solito, strampalato, dpcm a risolvere il suo problema? Chissenefrega.

“Cecità/José Saramago”

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