Come aiutare con  rapidità  i dipendenti di aziende in difficoltà per l’emergenza Coronavirus?  Sembra, tra l’altro, molto improbabile, come denuncia il Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, che  milioni di lavoratori italiani possano ricevere  nei tempi annunciati dal governo  gli importi maturati per la Cassa integrazione.

Evitando, per adesso, l’inutile citazione delle fonti normative, si arriva comunque al dunque. Ogni dipendente, privato o pubblico che sia, ogni mese destina, per obbligo supremo, una parte della retribuzione al proprio futuro. Tale quota confluisce nelle casse contabili dello Stato, dei datori di lavoro e dei fondi complementari, per chi così ha deciso.

Il suo nome è Tfr, trattamento di fine rapporto. È un pozzo pieno di miliardi e miliardi di euro di proprietà esclusiva di chi lavora.

Le attuali regole consentono, però, ai legittimi titolati, di poter disporre dei loro averi esclusivamente in rarissime ipotesi; così, per puro esempio: dalla cessazione del rapporto di lavoro, alla necessità o diritto di acquistare l’abitazione fino ad arrivare alla morte.

Ma fra il presente, il futuro e la morte si è inserita la cieca incognita del devastante Covid-19. Che deve legittimare, chiunque sia dipendente, a chiedere di poter disporre per sé o per i familiari, con immediatezza, del proprio denaro, di ciò che già è suo,

Coloro che oggi posseggono i loro denari hanno già, a vario e ineccepibile titolo contabile, corrispondenti e incontestabili coperture poste nei loro bilanci. Compresa, per loro, la motivazione e la tutela ragionieristica per insolvenze, parziali, totali o temporanee.

Nessun onere finanziario per le aziende in difficoltà: la quota da liquidare sarà a carico dell’Inps, già dotato di risorse confluite e presenti nel Fondo di garanzia Tfr. Da oggi e fino a quando qualche gran giurì sarà inevitabilmente interpellato, gestiamo l’emergenza con semplicità: restituiamo ai lavoratori i soldi da loro ricevuti, non per donazione.

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