Mantenere la macchina in funzione. Al minimo, ma in funzione. È questa la scommessa principale dell’economia italiana ai tempi del Covid-19. La ripresa economica sarà rapida, come è stata rapida successivamente alle grandi epidemie della storia, dalla febbre “spagnola” alle grandi pestilenze raccontate dal Manzoni di scolastica memoria (con cui, ricordiamo, non vi sono da fare paragoni in senso di letalità).

La china verrà presto risalita, l’economia recupererà facilmente perché non siamo di fronte a una crisi di carattere finanziario (la liquidità presente nel sistema è imponente grazie al Quantitative Easing della Bce). I soldi ci sono, torneranno a girare come prima e verosimilmente più di prima. Bisogna solo mantenere la nostra industria in funzione in modo da poter sfruttare l’onda a nostro favore.

Nel mondo altamente globalizzato di oggi  anche un temporaneo shutdown delle attività produttive può avere effetti devastanti. Questo è il tempo della Global Value Chain, della catena globale del valore, che va ben oltre il classico concetto di multinazionalità della produzione. Oggi un semplice telefono cellulare, prima di arrivare al consumatore, compie più volte il giro del mondo. Progettato in Finlandia, può avere componenti fabbricati in Thailandia con materie prime sudamericane, per essere infine assemblato negli Stati Uniti con un sistema operativo sviluppato in Cina. Tutto questo è stato reso possibile negli ultimi venti anni, con il progressivo abbassamento dei costi del trasporto, lo sviluppo della tecnologia e la caduta delle barriere politiche ed economiche tra le varie aree del mondo. Un complesso di fattori che fino a ora ci ha portato grossi vantaggi economici ma è anche vero che presenta un punto di debolezza, evidente in questi giorni: questa vera e propria catena è molto poco resiliente a shock di qualsiasi genere. Se la produzione si dovesse bloccare per un qualsiasi motivo in qualunque parte della filiera, l’intero processo produttivo rischierebbe di collassare. La sfida che la Cina, il mondo e l’Italia dovranno affrontare sarà quella di mantenere il processo funzionante, magari al minimo, ma funzionante.

Si tratta in pratica della politica che gli industriali italiani attuarono durante l’ultima guerra. La grande scommessa che affrontarono negli ultimi drammatici anni del conflitto fu quella di ridurre la produzione industriale al lumicino senza spazientire l’esigente occupante (che come a Genova, non si fece scrupoli di smantellare e trasferire un’intera acciaieria), in modo da tutelare l’integrità dell’apparato industriale e poterlo riattivare a conflitto terminato. Nel 1946 si calcolò che, nonostante le devastazioni, l’industria italiana aveva conservato il 90% della propria capacità produttiva, un tasso di tutto rispetto in confronto al resto del continente. Fu anche grazie a questo che il successivo boom economico assunse risvolti così miracolosi. Esemplare fu l’esempio della Fiat, guidata dal team formato da Giovanni Agnelli e dal Sampierdarenese Vittorio Valletta. Proprio oggi la pronipote della Fiat, Fca, implementa un piano di chiusura alternata degli stabilimenti di Melfi, Cassino e Pomigliano d’Arco. La macchina, è proprio il caso di dirlo, rallenterà, ma continuerà a marciare.

C’è da augurarsi che anche nel resto del mondo si dimostrino lungimiranti. La Cina in questi giorni annuncia la ripresa della produzione industriale, dopo una lotta all’epidemia condotta all’ultimo sangue. La Cina ha fornito al mondo una lezione importante. Non si è fatta scrupoli di tirare il freno a mano della propria gigantesca economia in un momento così delicato, è riuscita a limitare i danni per quanto possibile e ora si prepara a rimettere in moto il proprio rullo compressore. L’Occidente dovrà imparare da lei. Se seguiamo la logica di mantenere tutto aperto a ogni costo per non perdere lo zero virgola di Prodotto Interno Lordo rischiamo di svegliarci un giorno in una situazione ingestibile. Allora i danni non saranno uno zero virgola, ma svariati punti percentuali, con strascichi che dureranno anni.

In questi frangenti, la salute ha importanza primaria, secondariamente viene la stabilità del sistema economico. Più sapremo attenerci alle regole, più presto finirà l’emergenza. Più presto finirà l’emergenza, più rapidamente l’economia si riprenderà. Per oggi, per citare il titolo di un famoso film di Alberto Sordi, “Tutti a casa!”

 

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