La migrazione internazionale è uno dei temi tradizionalmente discussi in economia. Viste le tendenze demografiche e le diverse opportunità di lavoro e reddito che i Paesi del mondo offrono, la rilevanza di questo tema è destinata a perdurare. Considerando in particolare i movimenti internazionali, è innegabile che il flusso di arrivi, spesso rapido, influisca sul Paese di destinazione in molti modi. Si pensi al sistema scolastico, al sistema sanitario, al sistema pensionistico, a quello fiscale, e – più in generale – al bilancio pubblico.

L’immigrazione, quindi, influisce sul contesto economico e sociale del Paese di destinazione e pone una serie di domande le cui risposte possono incidere sull’assetto futuro della nazione. Se è vero che è necessario definire interventi strutturali e redigere “misure” sull’immigrazione che siano vantaggiose per tutti, per le popolazioni autoctone e per quelle immigrate, è altrettanto vero che c’è bisogno in primis di discutere le tematiche più importanti che riguardano questo fenomeno e che hanno generato idee (spesso comuni ma) sbagliate.

È importante chiarire subito che, anche per gli esperti, analizzare, isolare e quantificare gli effetti economici dei flussi migratori internazionali è complesso da un punto di vista sia teorico sia empirico. Questi effetti coinvolgono molti aspetti del sistema economico: il mercato del lavoro, il commercio internazionale, il tasso di crescita dell’economia, il livello dei prezzi di beni e servizi, e così via. In questo contesto, ci concentreremo su uno solo degli aspetti coinvolti, che ci sembra centrale nel dibattito pubblico: l’impatto dell’immigrazione sul mercato del lavoro nel paese di destinazione. È bene ricordare che il motivo principale della migrazione è proprio la speranza di migliorare le proprie condizioni di vita attraverso un lavoro che nel proprio paese non si riesce a trovare, o un lavoro migliore o con salari più alti rispetto a quello ottenibile nel Paese di origine. Inoltre, l’integrazione nel paese di destinazione passa in primo luogo attraverso l’integrazione nel mercato del lavoro.

Una preoccupazione molto diffusa, quando si parla di mercato del lavoro, è che la migrazione causi una “perdita di posti di lavoro per i nativi”. Quindi una domanda fondamentale è: il timore che gli immigrati rubino il posto agli italiani è fondato? In generale, la risposta è “No”.

Per inquadrare il problema discuteremo brevemente l’impatto dei flussi migratori internazionali sul mercato del lavoro del paese ricevente da un punto di vista strettamente economico. Questo perché riteniamo importante la comprensione dei meccanismi di aggiustamento che possono essere innescati dai flussi migratori, in particolare quelli legati al cambiamento dell’offerta di lavoro, alla mobilità dei lavoratori nativi, all’aggiornamento professionale e all’adattamento delle imprese alle nuove esigenze.

Un significativo flusso di immigrati in cerca di lavoro determina un aggiustamento del mercato del lavoro che può coinvolgere due variabili fondamentali: il tasso di occupazione dei nativi (e si parla di employment displacement effect) e il livello del salario (il cosiddetto wage displacement effect). Diversi studi hanno cercato di capire e di identificare questi effetti. La maggior parte della letteratura scientifica non ha trovato alcuna evidenza di effetti negativi dovuti ai flussi migratori. A differenza di quel che si crede, questi studi dimostrano che raramente l’immigrazione ha un impatto negativo su occupazione e salari dei lavoratori autoctoni. Anzi, può avere un effetto positivo. Lì dove i risultati confermano l’esistenza di displacement effects, i settori lavorativi coinvolti sono molto specifici (settori ad alta intensità di lavoro) oppure l’impatto è molto vicino allo zero ed economicamente non rilevante.

L’opinione pubblica tende invece a sottovalutare gli effetti positivi dell’immigrazione, che superano di gran lunga qualsiasi impatto negativo, lì dove è stato riscontrato, dimenticando, per esempio, che gli immigrati scelgono in genere luoghi con posti di lavoro disponibili e colmano quindi la carenza di manodopera locale. Che siano altamente qualificati o poco qualificati (in genere il livello di istruzione degli immigranti è più basso di quello dei nativi), gli immigrati raramente sostituiscono direttamente i lavoratori italiani. Al contrario, spesso sono complementari ai lavoratori nativi aumentandone la produttività oppure accettano lavori che i nativi non vogliono o non possono svolgere ai salari prevalenti.

Il concetto chiave per comprendere questi aggiustamenti del mercato del lavoro è quello di sostituibilità e/o complementarità tra lavoratori nativi e immigrati. Nel modello tradizionale (semplificato) si descrive il mercato del lavoro presentando da una parte i datori di lavoro, che costituiscono il lato della domanda, e dall’altra i lavoratori che offrono il proprio lavoro. Il gioco della domanda e dell’offerta determina il salario di equilibrio ed il livello di occupazione. Gli immigrati che entrano nel paese aumentano l’offerta di lavoro. Nel breve periodo, mantenendo invariate tutte le altre grandezze rilevanti (ad es., tecnologia, commercio internazionale, ecc.) il salario dovrebbe diminuire (wage displacement effect) ed il livello di occupazione aumentare. Costi e benefici di questi aggiustamenti saranno diversi per i vari gruppi di individui: alcuni nativi potrebbero essere indotti a lasciare il mercato del lavoro (employment displacement effect) vista la riduzione del salario ed essere rimpiazzati, alcuni immigrati troveranno lavoro mentre altri rimarranno disoccupati.

Questo meccanismo semplificato si basa su alcuni presupposti chiave. Uno dei più importanti è che nativi ed immigrati abbiano le stesse competenze e che gli immigrati possano sostituire perfettamente i nativi nelle loro mansioni. Inoltre, ipotizza che gli immigrati abbiano accesso immediato a tutti i tipi di impiego. In realtà, i due gruppi di lavoratori, nativi ed immigrati, spesso differiscono per il tipo di studi effettuati (essendo i sistemi scolastici dei due paesi differenti), per capacità e competenze accumulate, per la padronanza della lingua, per la conoscenza del territorio e delle imprese presenti sul territorio, nonché per conoscenze sociali e per cultura. Questo spesso rende immigrati e nativi imperfetti sostituti che guardano a settori lavorativi differenti. I lavoratori del paese ricevente spesso evitano lavori ripetitivi o poco qualificati, preferendo rimanere disoccupati, specialmente se il paese ha introdotto politiche di supporto ai redditi sufficientemente generose. Al contrario, gli immigrati sono disposti ad accettare un lavoro al di sotto della loro qualifica (e a trasferirsi in un paese che offre salari bassi, sopportando costi di adattamento di vario genere). Inoltre, in un paese in cui il processo tecnologico è rapido e/o cambia di frequente, i lavoratori locali potrebbero non riuscire ad adattare le loro competenze immediatamente (acquisire conoscenze specifiche può richiedere tempo) e assumere lavoratori immigrati, in questo caso qualificati, risulta essere la soluzione ottimale (un esempio di paese in cui questo fenomeno è rilevante è il Regno Unito).

In molti paesi, tra cui l’Italia, il livello di qualifica degli immigrati è, in media, più basso di quello dei nativi. Se pensiamo a questo fenomeno dal punto di vista della teoria economica, gli immigrati poco qualificati sono un fattore produttivo complementare e come tale aumentano il prezzo del fattore produttivo con cui si combinano (aumentando il salario dei lavoratori più qualificati, tipicamente nativi) e riducono il prezzo del fattore produttivo che possono sostituire. Ecco perché l’evidenza empirica (basata sull’esperienza e sui dati di vari paesi) mostra che, nel complesso, gli immigrati non “rubano” posti di lavoro ai nativi e che, inoltre, spingono i lavoratori nativi a migliorare la propria occupazione muovendosi in lavori a più alta specializzazione e qualificazione. Qualsiasi effetto negativo sull’occupazione locale è di breve periodo, piccolo o quasi insignificante.

Nel peggiore dei casi, gli unici lavoratori i cui lavori sono interessati sono quelli con competenze e background estremamente simili a quelle degli immigrati. Come emerge dai dati, questi sono generalmente immigrati arrivati negli anni precedenti e risiedenti nelle stesse aree. In più, lavoratori immigrati altamente qualificati sono auspicabili perché vanno ad integrare il capitale fisico, la tecnologia e il capitale umano dei lavoratori nativi (sia scarsamente che altamente qualificati). Questa complementarità porta ad una produzione maggiore e più efficiente e ad una successiva crescita economica. Naturalmente, tutto questo meccanismo funziona bene quando i mercati del lavoro sono flessibili. La presenza di immigrati con un mix di competenze in un contesto dove i mercati del lavoro sono flessibili consente ai paesi riceventi di beneficiare dei flussi migratori.

Un ulteriore aspetto è che i migranti possono facilitare la mobilità verso l’alto dei lavoratori nativi, in particolare delle donne che – grazie all’abbondante offerta di lavoro nei settori domestici e assistenziali – hanno più opportunità di entrare nel mercato del lavoro lasciando questo tipo di attività a personale straniero, spesso meno qualificato. Infatti, sono questi gli unici settori in cui alcuni studi hanno rilevato effetti negativi sui salari. Sono settori dove, anche nel 2019, il contributo degli stranieri è stato particolarmente rilevante: pari al 36,6% del totale, come riportato nell’ultimo rapporto del Ministero del Lavoro. Se il salario del lavoro di assistenza domestica diminuisce, il servizio diviene accessibile a più famiglie. L’immigrazione crea così, come sopra detto, un effetto (in questo caso indiretto) positivo, dovuto al cambiamento delle scelte di partecipazione al mercato del lavoro, in particolare delle donne. In una visione dinamica, inoltre, la presenza di immigrati crea un aumento della domanda e può quindi stimolare l’apertura di nuove imprese, creando più posti di lavoro sia per immigrati sia per le popolazioni autoctone.

(Concetta Mendolicchio – Diec, Università di Genova)

 

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