Ristagno economico, calo demografico, provincialismo culturale sono gli handicap che gravano sullo sviluppo di Genova e per liberarsene la città deve soddisfare una pre-condizione essenziale: tornare a connettersi con il mondo. Ieri alla Superba bastava poter raggiungere tutto il Mediterraneo con le sue navi, oggi per stabilire un rapporto stretto di reciprocità e interdipendenza con il resto del mondo Genova deve poter contare su tutte le modalità di trasporto e di collegamento, a partire dall’alta velocità e dalle grandi infrastrutture. È quanto sostiene Filippo Delle Piane, presidente di Ance Genova, in un’intervista con Liguria Business Journal.

Filippo Delle Piane

«L’ultimo grande evento, purtroppo tragico, quello di Ponte Morandi – spiega Delle Piane – ci lascia due insegnamenti fondamentali. Uno è che il cemento ha bisogno di manutenzione, ordinaria e straordinaria, e quindi tutta la nostra rete infastrutturale come il patrimonio edilizio, abitatitivo e non abitativo, scuole, ospedali, ogni genere di edificio hanno bisogno di interventi nel tempo. Monitoraggio e investimenti non devono mai venire meno».

L’altro insegnamento «è che siamo spaventosamente isolati. Lo vediamo anche nella nostra vita quotidiana, chi deve andare a Roma o a Milano ogni volta è costretto a chiedersi: da dove passo? Abbiamo collegamenti ferroviari insufficienti, penso non solo al fatto che manca ancora il Terzo Valico ma alla linea del Ponente, e sulle autostrade abbiamo problemi sulla A 26 e sulla A7. La Liguria era già isolata prima del crollo di Ponte Morandi ora lo è in misura davvero preoccupante. Credo che la nostra regione abbia diritto agli incentivi previsti per garantire la continuità territoriale. Lo aveva detto a suo tempo Maurizio Rossi, e secondo me aveva ragione. Per interrompere la continutà territoriale non è indispensabile il mare, agiscono anche la mancanza o la perdita di infrastrutture di collegamento».

«Comunque i liguri non credo vogliano pagare meno i trasporti, vogliono semplicemente avere le strutture di collegamento che li metterebbero alla pari degli altri. Quindi alla prossima giunta regionale, anche se si tratta di problemi che vanno oltre le sue competenze, in primo luogo chiederemo di sollecitare presso il governo di Roma la costruzione più celere possibile dei collegamenti. La pre-condizione è essere collegati. Poi viene il resto. E lo dico a prescindere dagli interessi del nostro settore. Per le imprese genovesi, piccole o al più medie, la ricaduta di opere come il Terzo Valico, che si fanno prevalentemente in galleria e quindi con macchinari disponibili solo per le grandi imprese, è modesta. Non è certo per la ricaduta immediata che Terzo Valico, Gronda, nodo ferroviario sono indispensabili. In gioco c’è ben altro».

«Nel nostro paese – spiega il presidente dei costruttori edili genovesi – gli ultimi investimenti in grandi opere sono stati quelli nell’Alta Velocità. E l’Alta Velocità ha diviso l’Italia in due: chi l’ha e chi non l’ha. Chi è collegato sta in serie A, gli altri restano in B. Non è un caso che il territorio di Reggio Emilia-Modena-Bologna stia attirando investimenti, è collegato con Milano e Torino attraverso la linea veloce».

Secondo Delle Piane «altra questione di vitale importanza è il trend demografico. Calo della popolazione vuol dire anche calo dei consumi, degli investimenti. In poche parole: fine della crescita. Ci sono diverse misure per contrastare il calo demografico, quella fondamentale è portare lavoro. Il lavoro porta le persone, attira i giovani. È importante l’impegno del Comune nella silver economy, anziani benestanti, in grado di consumare e investire qui sono benvenuti ma i giovani restano essenziali. E se non ne nascono abbastanza possiamo attirarne altri da fuori. Questo vuol dire: creare lavoro. Il che richiede investimenti. Le aree e i progetti su cui investire ci sono, a parte le grandi infrastrutture, pensiamo al water front di Levante, a Ponte Parodi, all’Hennebique, a Erzelli. Abbiamo carenza di imprese grandi e medio-grandi, come del resto l’Italia in genere, ma non è necessario che chi investe sia genovese o ligure, l’importante è che lo faccia. Come avviene, per esempio al Palsport, dove è intervenuta una ditta di Brescia. Però per attirare gli investitori bisogna offrire un territorio ben collegato con l’esterno e al suo interno. Quindi, quella dei collegamenti è davvero la precondizione essenziale per uscire dal ristagno in cui la città è impaludata da decenni. Un ristagno che non è solo demografico ed economico ma anche culturale, forse il più grave di tutti. Genova ha un grande bisogno di essere contaminata, di confrontarsi con usi, costumi, idee e modelli di sviluppo differenti. È così che si cresce ed è così che la nostra città è stata grande, quando in relazione mercantile, artistica e culturale con l’intero bacino del Mediterraneo».

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