Il salario minimo legale è un’istituzione del mercato del lavoro che attraverso un intervento legislativo fissa un limite inferiore vincolante alla retribuzione corrisposta al singolo lavoratore occupato. La prima applicazione di questo strumento risale al 1938 quando negli Stati Uniti venne approvata una legge federale denominata Fair Labor Standards Act che fissava la retribuzione minima a 25 centesimi di dollaro – equivalenti più o meno 3 euro e 50 centesimi di oggi – per ogni ora lavorata. Da allora, il salario minimo statunitense è stato periodicamente rivisto al rialzo e attualmente ammonta all’incirca a 6 euro e 50 centesimi all’ora.

Nel corso del tempo, numerosi paesi si sono progressivamente dotati di una propria legislazione sul salario minimo. Prendendo le cifre fornite dall’Ocse e limitando la nostra attenzione all’ambito dell’Unione europea, notiamo che tra i 28 stati membri ben più della metà – vale a dire, Belgio, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Regno Unito e Ungheria – prevedono un minimo salariale vincolante compreso tra i 3 e i 10 euro all’ora. Facendo riferimento ai dati del 2018, notiamo che il paese europeo più generoso è stato la Francia dove lo scorso anno il salario minimo prevalente era pari al 50% del salario medio, mentre quello più parsimonioso è stato invece la Grecia dove il rapporto tra salario minimo e salario medio si è fermato al 32%.

Dal punto di vista economico ci sono ragioni sia a favore che contro l’introduzione di un salario minimo garantito. Se pensiamo che il mercato del lavoro si avvicini alle condizioni che garantiscono la concorrenza perfetta, allora una retribuzione minima stabilita per legge e superiore a quella vigente porta a una riduzione dell’occupazione.

D’altra parte, non è detto che ci si trovi in condizioni concorrenziali. Quando la domanda di lavoro è rappresentata da poche imprese con molto potere di mercato, il salario minimo può contribuire a innalzare sia il livello delle retribuzioni sia quello dell’occupazione. Inoltre, fissare un livello minimo al di sotto del quale le retribuzioni dei lavoratori occupati non possono scendere può determinare un certo livellamento nella distribuzione dei salari e questo – a prescindere dall’impatto occupazionale di tale intervento – può risultare particolarmente attraente ogniqualvolta esistono evidenti sperequazioni nella distribuzione dei redditi e della ricchezza. In questo senso, il salario minimo può rappresentare una forma di assicurazione contro la povertà.

Come si sarà osservato, l’Italia a oggi non rientra nel novero dei paesi europei in cui vige un salario minimo. Nel nostro paese, in linea di principio, il limite inferiore delle retribuzioni dovrebbe essere stabilito dai contratti collettivi di lavoro, ovvero da accordi nazionali stipulati tra organizzazioni sindacali e datoriali che periodicamente fissano una retribuzione minima vincolante per i lavoratori occupati in determinati settori di attività economica. Tuttavia, come è stato più volte osservato da diverse parti, in Italia una frazione non trascurabile della forza lavoro occupata risulta sistematicamente sottopagata rispetto ai minimi tabellari indicati nei contratti collettivi e questo problema risulta particolarmente concentrato tra gli individui di sesso femminile, i giovani, i detentori di contratti atipici e i lavoratori residenti nel Mezzogiorno. Non sorprende pertanto che anche nel nostro paese si sia già da tempo avviato un vivace dibattito sulla necessità e l’opportunità di introdurre per legge una qualche forma di retribuzione minima, arginando in questo modo il fenomeno dei cosiddetti “contratti pirata”, ovvero quegli accordi stipulati da organizzazioni sindacali minori e poco rappresentative che stabilendo minimi tabellari più bassi rispetto a quelli previsti dai contratti collettivi consentono ai datori di lavoro di tagliare legalmente le retribuzioni.

Sul fronte parlamentare, al momento le proposte in discussione sono due, una proveniente dal Partito democratico e l’altra dal Movimento 5 Stelle. La proposta del Partito democratico prevede di attribuire valore legale al compenso più basso previsto dai singoli contratti nazionali fissando così un limite inferiore al di sotto del quale non sarà possibile scendere anche per tutte quelle categorie di lavoratori che non hanno un rapporto di lavoro subordinato. In caso di approvazione, una proposta del genere non determinerebbe l’imposizione di un salario minimo uguale per tutti i lavoratori ma bensì la determinazione di numerosi minimi salariali differenziati a seconda del tipo di lavoro e della mansione svolta. Questo tipo di intervento sembra quindi riconoscere il fatto che il mercato del lavoro in Italia – come del resto accade anche in altri paesi – è molto segmentato al suo interno e che quindi un incremento del potere negoziale dei lavoratori e i potenziali effetti benefici solitamente ad esso associati sono possibili solo a patto di un intervento opportunamente calibrato e differenziato che riconosca e tenga in debita considerazione le specificità di ogni settore produttivo.

La proposta del Movimento 5 Stelle prevede invece che per ogni lavoratore – a prescindere dal livello, dalla mansione svolta e dal comparto produttivo di appartenenza – il compenso minimo non potrà essere inferiore a 9 euro lordi all’ora, un importo che collocherebbe l’Italia nel gruppo dei paesi europei con la legislazione più generosa in tal senso. Se questa proposta fossa approvata avremmo quindi un unico minimo salariale vincolante per tutti i lavoratori. In seguito all’inasprirsi delle disuguaglianze esistenti tra le varie classi di percettori di reddito, un intervento di questo genere mirerebbe quindi a risollevare la parte inferiore della distribuzione dei salari ripristinando così una certa equità distributiva.

A prima vista, incrementare l’efficienza dei vari segmenti del mercato del lavoro nei quali i lavoratori hanno poca voce in capitolo nel processo di determinazione dei salari nonché migliorare l’equità della distribuzione dei redditi appaiono entrambi obiettivi più che auspicabili. Tuttavia, sembra molto complicato raggiungerli in maniera simultanea. Da una parte, anche assumendo che a livello di singolo settore di attività sia sempre possibile stabilire il livello del salario minimo che smorza in maniera ottimale le inefficienze causate da un’eccessiva pressione al ribasso dei datori di lavoro sulle retribuzioni, la conseguente frammentazione degli interventi difficilmente riuscirebbe ad avere effetti distributivi apprezzabili e molto più probabilmente tenderebbe a mantenere le iniquità esistenti. Dall’altra, è lecito attendersi che l’effetto perequativo sulla distribuzione dei redditi generato da un minimo salariale uniforme e piuttosto sostenuto sia pesantemente controbilanciato dalla probabile perdita di posti di lavoro che si verificherebbe nei settori di attività dove la produttività è bassa rispetto alla retribuzione minima imposta per legge.

(Gabriele Cardullo e Marco Guerrazzi, Dipartimento di Economia, Università di Genova)

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