La vicenda Carige sta assumendo un ruolo quasi paradigmatico, per le dimensioni della banca, maggiori di quelle di un istituto di interesse solo regionale ma non tali da poter accarezzare l’idea del “too big to fail”…

In effetti, la progressione degli eventi e la loro durata consente un’analisi riguardo la governance della banca e il relativo rapporto con le istituzioni, che va oltre il caso specifico, peraltro caratterizzato dal ricambio di ben quattro capi azienda e tre aumenti di capitale – con il quarto alle porte – negli ultimi anni.

Si leggono commenti di esperti che attribuiscono sbrigativamente le cause della fragilità del sistema bancario nazionale alle gestioni passate (che ovviamente qui non si vogliono difendere: se e ove vi siano state condotte meno che irreprensibili, queste andranno giudicate e sanzionate). Certo, prendersela con i soliti noti è giusto a prescindere e assolutamente in linea con lo Spirito del Tempo. Aspetti relazionali se non addirittura clientelari, politiche del territorio svolte spesso attraverso fondazioni, criteri di erogazione del credito (dovrebbero essere prerogativa essenziale dell’attività bancaria – o no?), sono tutti aspetti che sono stati e continuano a essere scandagliati in profondità alla ricerca di ogni irregolarità.

Ma le ragioni vere dell’affossamento, e talvolta della distruzione, del business bancario, in Italia più che altrove, sono ben precise e lasciano ai banchieri della stagione precedente poche responsabilità che non siano quelle civili e penali, in gran parte ancora in via di accertamento, già citate in precedenza. E sono tre, due di natura politica, e una di natura economica.

In primo luogo, e a mio parere con modalità dirimenti, le politiche non convenzionali della Banca centrale europea. A seguito della crisi greca e dei conseguenti timori sulla fine dell’euro, nell’interminabile lotta tra falchi e colombe hanno prevalso, al fine di salvaguardare la moneta unica («whatever it takes»…) le tendenze che spingevano per un supporto agli stati più indebitati (Italia in primis, ma anche Francia), attraverso l’iniezione di abbondanti dosi di liquidità da utilizzarsi per l’acquisto di titoli di debito sovrano, e la riduzione dei tassi di interesse fino al di sotto dello zero, in modo da agevolare le modalità di servizio dello stesso debito.

Il fatto che tale liquidità comportasse poi un sostegno alla crescita economica era un corollario non sostanziale (vedere a proposito il punto successivo), ma utile alla narrazione che altrimenti sarebbe stata meno presentabile.

Come diretta conseguenza, i tassi di interesse così  eccezionalmente bassi hanno comportato una caduta verticale della redditività delle banche, che guadagnano quando cresce il differenziale sui tassi attivi e passivi. Di fatto, si è scelto di salvare gli stati (che peraltro hanno intascato e continuato a spendere con allegria soldi che non hanno), penalizzando le banche: pace, così va il mondo.

In secondo luogo, ma non meno importante: il contesto normativo. Viviamo da anni in un mondo dove il raggiungimento di standard di vita elevati permette di rivolgere l’attenzione verso una sempre maggiore ricerca di sicurezza, dove la tendenza è addirittura quella di muovere verso il rischio-zero. La richiesta generalizzata è quella di avere maggiori verifiche, stilare nuove leggi, reclutare ispettori. Poi, se resta tempo, fare le cose: oggi il controllare fa premio sull’operare, la burocrazia sovrasta l’azione. Limitandoci alla finanza, tutto ciò si esplica in una iper- regolamentazione da parte di enti di vigilanza preposti allo scopo che di fatto invade le prerogative della normale attività bancaria, in particolare nella valutazione ed erogazione del credito, spingendo a conformarsi a criteri talmente restrittivi da rendere preferibile rinunciare ad operare. (Se io, banchiere, devo rispettare tali criteri per prestare soldi, con il rischio poi di ritrovarmi il credito riclassificato come “non performing”, e magari oggetto di un’inchiesta giornalistica, o adddirittura della magistratura, chi me lo fa fare? meglio lasciar perdere…). Da qui è nato il credit crunch, anch’esso una pesante penalizzazione per il business bancario.

Ma non basta ancora: la vigilanza bancaria della Bce (che sotto la direzione della “pasionaria” Danielle Nouy, meritatamente a riposo da stasera, ha ripetutamente cambiato i criteri di classificazione) obbliga alla cessione di crediti “non performing” dalle banche a società specializzate in recupero crediti a prezzi di saldo, con un conseguente, sostanziale trasferimento di valore a queste ultime, che non a caso hanno avuto performance di borsa stellari negli ultimi tempi. Vale forse la pena di osservare, almeno di passata, che le crisi bancarie e i fallimenti, prima di questi zelanti interventi, si sono contate, per decenni, sulle dita di una mano.

Infine, la crisi economica, questione assai ampia e dal significato in qualche senso un po’ ambiguo, tuttavia troppo ampio da investigare qui, in quanto ne andrebbero esaminati gli aspetti strutturali e congiunturali, economici e finanziari, reali e percepiti.

Ai fini della tesi che si vuole qui sostenere, si può osservare che le banche italiane, e in particolar modo Carige, non hanno mai detenuto quantità significative di titoli cosiddetti tossici, e che le criticità sui crediti – la cui valutazione implica sempre comunque un qualche grado di discrezionalità – derivano da prestiti a imprese e famiglie e soprattutto al settore immobiliare. La contrazione economica del 2008/2009 ha sicuramente impattato su queste attività, ha comportato fallimenti, chiusure e ristrutturazioni, in modo probabilmente fisiologico in una tale fase del ciclo, ma sicuramente aggravato dal contesto descritto in precedenza, con il risultato di una ulteriore penalizzazione della redditività.

In questi giorni di fine 2018, l’auspicio per il nuovo anno – assai ambizioso, mi rendo conto – è che si riesca a riportare impresa e lavoro al centro dell’attenzione e a riconoscerli come motore insostituibile del benessere nostro e di coloro che verranno dopo di noi.

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