punti di vistaFitch ha rimosso il watch negativo di Carige, riconoscendo l’efficacia dell’operazione di rafforzamento patrimoniale annunciato dalla banca il 12 novembre scorso. La decisione dell’agenzia può essere il segnale della svolta in una vicenda ormai lunga e dolorosa: ora la questione della patrimonializzazione in linea con i criteri europei va risolta in modo definitivo e i regolatori dovranno prenderne atto.

Carige ha perso un ulteriore 10% nelle contrattazioni di venerdì, portando la quotazione a 1,7 millesimi di euro, e perdendo oltre l’80% del valore che aveva solo due mesi fa, il 20 settembre, data dell’assemblea degli azionisti.

All’epoca il titolo era sicuramente sostenuto dagli acquisti dei principali soci che cercavano di ottenere una quota di controllo, ma adesso la capitalizzazione di Carige è di circa 95 milioni, un valore ridicolo se confrontato con i circa 2,5 miliardi entrati nelle casse della banca, denaro fresco – e vero – ottenuto dai tre aumenti di capitale e dalle cessioni degli ultimi anni.

La banca, che non ha mai avuto esposizioni significative su titoli derivati o comunque titoli tossici, è principalmente condizionata dalle sofferenze provenienti dal settore immobiliare, in rilevante contrazione da alcuni anni dopo aver goduto di un decennio di robusta crescita.

E sono queste sofferenze, in buona parte, che costituiscono i crediti “non performing” che i funzionari della Banca centrale europea hanno imposto di cedere per ripulire i bilanci.

La banca, pur cambiando ripetutamente i vertici negli ultimi anni, ha (un po’ faticosamente a dire il vero), seguito le direttive della vigilanza europea, con cui non sempre gli azionisti si sono trovati allineati. Il fatto stesso però di seguirle (altre banche le hanno in un qualche senso anticipate con cospicui aumenti di capitale che hanno risolto una volta per tutte il problema) potrebbe aver dato l’impressione da un lato di porre qualche resistenza alle direttive stesse e dall’altro che ogni operazione di capitalizzazione non fosse in ogni caso sufficiente, generando probabilmente qualche margine di ambiguità. Gli stessi write-off imposti dalla vigilanza, che per loro natura hanno alcuni gradi di discrezionalità, non hanno aiutato.

Giunti a questo punto occorre che tutti gli attori a qualche titolo coinvolti prendano in considerazione il ruolo che Carige ha per Genova e per l’economia regionale. È necessario che da una parte si risolva la questione della patrimonializzazione in linea con i criteri europei e in modo definitivo, dall’altra che anche i regolatori prendano atto che gli sforzi della banca fortemente radicata sul territorio e dei suoi azionisti – tra i quali una moltitudine di piccoli che si sono a volte svenati pur di fare la loro parte – sono arrivati al punto di essere in grado di sostenere un percorso di crescita e di ritorno alla redditività sul medio termine.

Conforta in questo senso il parere espresso ieri da Fitch che rimuove lo stato di sorveglianza negativa.

Un grande in bocca al lupo a Genova e alla sua banca.

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