Il presidente del consiglio dei ministri dichiara davanti alle telecamere che il governo «non può rispettare i tempi della giustizia» e, sostenuto dalle dichiarazioni di uno dei due vicepresidenti del consiglio, annuncia la revoca della concessione autostradale ad Autostrade per l’Italia. Poche ore dopo, un comunicato del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sembra fare marcia indietro, precisando di avere avviato gli accertamenti necessari ad arrivare a un’eventuale revoca.

Nel giro di poche ore Conte, Di Maio e Toninelli sono riusciti a corredare di una dimensione farsesca una delle tragedie più dolorose che Genova ha conosciuto dalla fine del seconda guerra mondiale, a fare a pezzi lo stato di diritto, a provocare il crollo del titolo di una società quotata in Borsa e, probabilmente, a rendere più cauti investitori stranieri interessati a intervenire in Italia, investitori già resi perplessi dalla lentezza della nostra giustizia civile e dalla vicenda Ilva, in cui viene rimesso in discussione l’esito di una gara.

In ogni caso la revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia della rete autostradale italiana dovrà rispettare tempi, regole e procedure previsti e avrà un costo non trascurabile.

La revoca in primo luogo dovrà seguire il procedimento previsto dalla convenzione stipulata da Aspi e Anas nel 2008 che scade nel 2038. La convenzione prevede la possibilità di revoca ma la disciplina, prescrivendo un iter di comunicazioni e accertamenti e la possibilità per la società concessionaria di opporre ricorso al Tar e poi al Consiglio di Stato.

Nel caso poi si arrivi alla decadenza, il concedente deve versare al concessionario decaduto un importo corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione, prevedibile alla data del provvedimento di decadenza sino alla scadenza della concessione, al netto dei relativi costi, oneri, investimenti e imposte prevedibili nel medesimo periodo. Secondo le prime stime degli analisti lo Stato, subentrando, dovrebbe pagare alla concessionaria decaduta una cifra sui 15-20 miliardi di euro, decurtata della penale, pari al 10%.

Ci sono anche da considerare eventuali responsabilità del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti al quale fa capo una struttura di vigilanza del sistema e delle concessioni autostradali. L’osservazione è di Antonio di Pietro, già ministro del Lavori pubblici e poi delle Infrastratture, che alla trasmissione In Onda su La7, ha detto: «Un laureato in legge sa che se un addetto al controllo non lo fa allora è responsabile civile, non parte civile e Salvini, se fate caso, non dice quelle cose, ben sapendo che la norma prevede il controllo».

Toninelli dopo le prime dichiarazioni infuocate ha parlato di «eventualità» e di «extrema ratio» e il suo ministero ha emesso un comunicato in cui si precisa che «Il lavoro della Commissione ispettiva è il primo atto con cui questo Ministero intende fare luce sull’accaduto e avviare tutti gli accertamenti necessari, nel rispetto del contraddittorio con le parti interessate, per la contestazione di eventuali inadempienze del concessionario, soggetto su cui, ai sensi dell’art. 14 del Codice della strada, ricade la responsabilità di assicurare la sicurezza dell’infrastruttura. Le risultanze del lavoro svolto dalla Commissione entreranno nella valutazione per la procedura di un’eventuale revoca della concessione».

Si attendono ulteriori sviluppi.

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