Mario Ghini, segretario generale Uil Liguria, commenta per Liguria Business Journal l’articolo di Giulio Dapelo, consulente del lavoro, “Ponte Morandi: tre leve su cui agire per la ripresa”, pubblicato mercoledì 22 agosto sul nostro giornale.

Welfare aziendale, smart working, car sharing sono i tre ambiti d’azione sui i quali il consulente del lavoro Giulio Dapelo – tramite le pagine di BJ Liguria – ci invita a riflettere per far fronte alla ripresa della città dopo il tragico 14 agosto 2018.

Mario Ghini

Il dato positivo, in un quadro generale di estrema emergenza e sofferenza, è che la società civile tutta – insieme alle istituzioni, per lo più locali, sta reagendo in modo compatto e collaborativo, ritrovando quel senso di comunità che da un po’ di tempo si era smarrito nell’eterno conflitto della campagna elettorale, definita in passato dalla Uil ligure, permanente.

Ed è proprio dal senso di comunità che la Uil Liguria intende ripartire per riflettere sulle leve proposte da Giulio Dapelo. Per quanto ci riguarda, siamo disponibili ad avviare una contrattazione di secondo livello territoriale che abbia l’obiettivo di agevolare e modulare i tempi di vita e di lavoro, soprattutto in uno stato emergenziale come quello attuale. Puntare sul welfare aziendale è necessario nell’ottica di agevolare lavoratori, consumatori e circolazione cittadina. Muoversi tutti, ma muoversi meglio e con intelligenza: merci, persone, servizi. Come sostiene Dapelo, il rimborso delle spese sostenute dal lavoratore per l’acquisto di abbonamenti per il trasporto pubblico è determinante. Verissimo, la volontà del legislatore di incentivare l’uso del trasporto pubblico nel tragitto casa-lavoro è più che evidente ed è positiva sia in chiave sociale che economica.

Per quanto riguarda lo smart working, ovvero la ridefinizione degli orari di lavoro a tempo pieno, se da un lato non impone vincoli sull’orario e luogo di lavoro, dall’altra rischia di rivolgersi a una nicchia di lavoratori perché ci sono mansioni che prevedono la presenza fisica in azienda: i lavori in produzione, la gestione dei magazzini e dei laboratori (per fare alcuni esempi). C’è anche un punto che riguarda la cultura dei manager o dei responsabili che ancora vogliono vedere i lavoratori seduti alle scrivanie perché è solo così che pensano di poter raggiungere la produttività e, naturalmente, avere il controllo del lavoro e “del lavoratore”. Da parte sindacale lo smart working non potrà e non dovrà essere un lavoro di seconda mano: diritti e doveri dovranno essere gli stessi di un addetto che svolge una mansione tradizionale.

Per fare questo occorre però sedersi a un tavolo e raggiungere accordi che soddisfino tutti, soprattutto il senso di responsabilità da cui tutti ora siamo animati. La Uil è disponibile e crede che, con il clima di compattezza sociale in corso, non sarà difficile raggiungere una sintesi. Lo sforzo normativo in questi anni c’è stato, ora queste misure si devono trasformare in un balzo culturale e organizzativo, soprattutto nell’ambito della pubblica amministrazione che in questo dato momento storico per Genova deve ritrovare la giusta e necessaria efficienza per essere in grado di dare le risposte a tutte le aspettative dei cittadini. Tuttavia, per la Uil questo tipo di risposta non dovrà essere temporanea o emergenziale, ma strutturale e nell’ottica di un’economia snella e competitiva per il territorio. Per il resto, non pensiamo di essere solo noi Genovesi o Liguri a doversi impegnare e a rimboccarsi le maniche, ma dobbiamo avere il necessario e indispensabile supporto del Governo e del Parlamento; siamo, infatti, in attesa che un decreto del ministro delle Finanze consenta la sospensione o il differimento degli obblighi tributari per un periodo di tempo pari a quello dello stato di emergenza, che arrivino risposte dal Ministero del Lavoro a interventi straordinari di politiche attive per il lavoro.

Sicuramente ci possono essere tanti modi per trovare soluzioni che ci permettano di superare l’emergenza, ma tutte devono essere supportate e condivise, altrimenti – come spesso accade nel nostro Paese – rimangono i progetti sulla carta e di carta in Italia, purtroppo, ne sono pieni i cassetti.

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