Negli Stati Uniti emergono segnali di lieve rallentamento del ciclo economico espansivo in atto ormai da oltre otto anni (il secondo più lungo della storia economica a stelle e strisce): il dato definitivo del Pil del I trimestre 2018 è risultato in lieve calo al +2,0% dal +2,2% della precedente stima preliminare, a causa, soprattutto, della revisione al ribasso dei dati sulle scorte e sui consumi personali, mentre l’indice anticipatore Ism manifatturiero di giugno è salito a 60,2 punti (attesi 58,5) dai 58,7 di maggio.

In Eurozona, la stima flash dell’inflazione al consumo (“headline”) di giugno raggiunge il target della Bce a +2,0% annuo, ma è prevalentemente sostenuta dall’aumento dei prezzi del petrolio (Spagna +2,3%, Francia +2,4%, Germania +2,1%, Italia +1,5%); escludendo le più volatili e stagionali variazioni dei prezzi di energia, alimentari, alcool e tabacco, il tasso d’inflazione al consumo (“core”) si limita a un ben più modesto +1,0% annuo; il tasso di disoccupazione scende all’8,4% dal precedente 8,5%; in lieve calo l’indice anticipatore Pmi manifatturiero di giugno a 54,9 da 55,0 di maggio.

In Italia, migliora in giugno la fiducia dei consumatori a 116,2 punti dai 113,9 di maggio, grazie alla migliorate aspettative delle famiglie consumatrici e delle imprese del commercio al dettaglio e dei servizi (al contrario, peggiora l’indice di fiducia delle imprese dei comparti costruzioni e manifatturiero), mentre in Germania l’effetto dazi e guerre commerciali internazionali determina il calo in giugno dell’indice di fiducia Ifo delle imprese manifatturiere a 101,8 punti dai 102,3 di maggio.

Sui mercati azionari globali, i continui botta e risposta sul fronte delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina (con la Casa Bianca intenzionata a introdurre limitazioni agli investimenti cinesi in alcune società statunitensi e la Cina che deprezza il yuan e taglia le riserve bancarie, aprendo nuovi settori agli investimenti esteri) e tra Stati Uniti ed Europa (la volontà, più volte annunciata dal presidente Trump, di introdurre dazi del 20% sulle importazioni statunitensi di auto europee ha pesato sulle performance borsistiche del comparto europeo) causano un aumento dell’avversione al rischio: l’indice di volatilità implicita VIX sul principale paniere azionario statunitense, lo S&P 500, è salito oltre il 18% “a pronti” e il 17% “a termine”, per poi riportarsi al 16% per entrambi. Il saldo settimanale (in euro) delle principali borse è negativo (alle chiusure di venerdì 29/06): USA -1,59%; Emergenti -1,70%; Giappone -1,65%; Italia: -1,02%.

Sui mercati obbligazionari internazionali, il titolo governativo decennale statunitense reagisce alla conferma del giudizio di rating con un calo del rendimento al 2,82% (permane, tuttavia, il monito dell’agenzia sui rischi di possibili effetti negativi da eccessi di protezionismo sul commercio internazionale; in calo anche i rendimenti degli omologhi tedesco (Bund) allo 0,30% e italiano (Btp) al 2,65%; il differenziale di rendimento (spread) resta, però, in area 235-240 punti base, per effetto anche dell’acceso dibattito politico sia interno che esterno su alcuni delicati temi di politica economica, finanziaria e sociale (dalla necessità di una maggiore condivisione europea degli oneri di gestione dei flussi migratori alle prime misure di politica economica e del lavoro, in attesa della Legge di Bilancio 2019 che sarà discussa in settembre, nonostante la conferma delle attese di rallentamento della crescita economica italiana sia per il 2018 che per il 2019, il ministro dell’Economia Giovanni Tria smentisce l’ipotesi di un’imminente manovra correttiva dei conti pubblici da 9 miliardi di euro).

Sui mercati internazionali delle materie prime, a seguito del calo oltre le attese delle scorte settimanali statunitensi di prodotti petroliferi e dell’ennesimo monito degli Stati Uniti ai Paesi alleati di azzerare le rispettive importazioni di petrolio iraniano entro l’1 novembre (data in cui entreranno in vigore le sanzioni contro l’Iran), torna a infiammarsi il prezzo del greggio, con i futures sul WTI statunitense e sul Brent londinese, rispettivamente, a 74 e 77 dollari a barile.

Sui mercati valutari, il cambio dell’euro contro il dollaro statunitense si riavvicina a quota 1,17.

Che cosa guardiamo questa settimana

Negli Stati Uniti, venerdì 6 luglio, il tasso di disoccupazione e il numero dei nuovi posti di lavoro creati dal comparto non agricolo nel mese di giugno; in Europa, mercoledì 3 luglio, le vendite al dettaglio e i prezzi alla produzione.

Strategia di allocazione del portafoglio

I fondamentali dell’economia confermano uno scenario di espansione economica sincronizzata nelle principali aree geografiche, in un contesto di graduale rimozione da parte delle banche centrali delle politiche monetarie espansive: la banca centrale statunitense, la Fed, potrà per ora proseguire l’annunciato programma di 4 rialzi dei tassi ufficiali (da 25 punti base ciascuno) previsto per il 2018 (due già attuati il 20-21 marzo e il 12-13 giugno scorsi e due da attuare, presumibilmente, nelle riunioni del 25-26 settembre e 18-19 dicembre); la Bce ha annunciato il mantenimento di una politica monetaria ancora prudentemente accomodante sui tassi ufficiali almeno fino all’estate 2019 ovvero anche dopo la fine del Quantitative Easing annunciata per il 31 dicembre.

Il focus dei mercati e delle banche centrali nelle prossime settimane sarà sulle possibili interazioni tra prezzi del petrolio e conseguenti livelli dell’inflazione attesa e dei tassi d’interesse a medio-lungo termine, nonché sugli ulteriori sviluppi di possibili nuove tensioni commerciali, geopolitiche (Medio Oriente) e politiche interne di alcuni Paesi Membri dell’U.E. (Germania, Italia, Spagna).

Pur considerata una volatilità mediamente più elevata rispetto agli anni scorsi, rimaniamo costruttivi sul comparto azionario, che, in ottica di medio periodo e in termini relativi, continuiamo a preferire a quello obbligazionario, dove, in generale, suggeriamo scadenze brevi, poiché i tassi d’interesse tenderanno ad aumentare, seppur gradualmente, a seguito dell’ormai avviata fase di normalizzazione di politica monetaria delle banche centrali. La velocità dei rialzi determinerà il livello di volatilità dei mercati azionari, obbligazionari, delle materie prime e valutari.

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