Cottarelli, ecco quali sono i sette peccati capitali dell’economia italiana

Il direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani dell'Università Cattolica del Sacro Cuore a Genova per presentare il suo libro, ospite di Banca Carige e Arca Fondi sgr

Basterebbe ridurre l’evasione fiscale anche solo di un ottavo e semplicare la burocrazia  per avere un debito pubblico inferiore a quello della Germania. 30 miliardi il costo annuale della sola compilazione di moduli per le pmi. Sono solo alcune delle affermazioni di Carlo Cottarelli, che ieri ha fatto il pienone al Palazzo Ducale di Genova per presentare il suo libro “I sette peccati capitali dell’economia italiana”, ospite di un evento organizzato da Banca Carige e Arca Fondi Sgr.

Da destra per chi legge, Paolo Fiorentino, Ugo Loser, Carlo Cottarelli

Un’occasione, proprio per Carige, di ribadire la volontà di tornare banca del territorio e promuovere la partnership con Arca Fondi che sta contribuendo a risollevare commercialmente la Banca (qui il nostro articolo). L’a.d. Paolo Fiorentino ha parlato di attualità e del ritorno dei fattori di correlazione: «Diverse turbolenze sono state gestite. Ora ci sono due nuovi elementi: l’approccio protezionista di Trump e la situazione politica italiana in perenne fase architetturale. Una campagna elettorale infinita. A questo punto ci chiediamo, quando entrano i muratori?»

Ugo Loser, a.d. di Arca, ha ribadito quanto sia importante una piazza come Genova e che in Italia, su 4.300 miliardi di risparmi delle famiglie, solo la metà fa parte del cosiddetto risparmio gestito, l’altra giace nei conti correnti: «Se riuscissimo a inserire più risparmi nell’economia reale, avremmo superato il gap di crescita del nostro Paese».

Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale con gente in piedi perché i posti a sedere erano esauriti, tutti ad ascoltare colui che per 4 giorni, forse i più turbolenti del post elezioni, è stato presidente del Consiglio incaricato e poi è tornato a fare il direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Pacatezza. Che ha usato parole semplici e chiare, senza nessuna chiusura alle posizioni altrui, ribattendo però con dati e fatti: «non esiste nessun paese al mondo che sia riuscito a far crescere il pil facendo deficit, spendendo di più», con la consapevolezza che «le riforme necessarie non sono facili, altrimenti le avrebbero già fatte, ma bisogna avere fiducia nel futuro».

Perché in Italia il reddito medio di oggi è uguale a quello di 20 anni fa? Perché nel resto d’Europa è invece cresciuto? È successo qualcosa nella gestione dell’ingresso nell’euro (il settimo peccato), ma ci sono questioni irrisolte da troppo tempo che hanno contribuito a questa situazione.

1. Primo peccato: l’evasione fiscale

In Italia c’è un’evasione fiscale altissima, sull’Iva, per esempio è di circa il 26% (dato 2014). Per questo Cottarelli è perplesso sull’idea lanciata dal vicepremier Matteo Salvini di chiudere le cartelle di Equitalia per cifre inferiori a 100 mila euro: «A me sembra l’ennesimo condono che può fare recuperare un po’ di soldi ma secondo me non tanti quanto si dice. In tutte le amministrazioni fiscali del mondo ci sono accordi a livello individuale che si possono e si devono prendere per chi non può pagare, ma qui alla fine si va a premiare anche chi non vuole pagare».

Per Cottarelli i condoni premiano gli evasori: «Si parla di 60 miliardi di introiti in due anni, adesso noi usciremo presto con una nostra valutazione come Osservatorio sui conti pubblici italiani e secondo me sarà molto meno».

Chi paga le tasse, con l’evasione così alta, le paga più elevate, a farne le spese sono soprattutto le aziende esportatrici.

2. Secondo peccato: la corruzione

Per l’Italia un poco onorevole 62esimo posto nel 2016 nell’indice di percezione di corruzione. «Sull’esperienza di corruzione siamo messi un po’ meglio – aggiunge Cottarelli – ma è comunque un problema economico. Le opere pubbliche diventano più care, si distorce il funzionamento economia, perché vincono le imprese che corrompono di più, allontanando gli investitori stranieri.

3. Terzo peccato: la burocrazia

Secondo l’indice di facilità nel condurre un’attività imprenditoriale nel 2016, a cura della Banca mondiale, l’Italia è solo al cinquantesimo posto. Oltre ai 30 miliardi di costi per compilare moduli, solo le tasse pagate dalle imprese valgono 35 miliardi. Cottarelli fa l’esempio del proprietario della catena di gelaterie Grom, che per aprire i suoi negozi a Tokyo ha impiegato un anno, a Roma sette.

4. Quarto peccato: lentezza della giustizia


Il fatto che, prima di arrivare al terzo grado di giudizio in un processo passino mediamente sette anni e mezzo, non garantisce più i diritti di persone e aziende. Un sondaggio del Censis del 2017 ha messo questo “peccato” al terzo posto delle motivazioni per cui le imprese straniere non investono in Italia.

5. Quinto peccato: il crollo demografico

Negli anni Sessanta erano circa 2,5 i figli per donna. Negli ultimi anni c’è stata una ripresa dovuta all’immigrazione, stoppata dalle conseguenze della crisi economica. Il tasso si è ridotto ulteriormente da 1,44 a 1,35. Secondo Cottarelli è la questione più complicata da risolvere, anche perché non è solo questione di incentivi. Quello che è certo è che il pil cresce di meno, inoltre è dimostrato che la produttività è più bassa dove ci sono più anziani.

Proprio in correlazione alla questione immigrati Cottarelli strappa un applauso a scena aperta: «Sono favorevole allo ius soli, per me è il trionfo della cultura italiana, perché un ragazzo nato e cresciuto in Italia, che parla l’italiano e il dialetto meglio di me non deve avere la cittadinanza?».

6. Sesto peccato: il divario tra nord e sud

Un gap che non si è mai colmato a partire dall’Unità d’Italia (Cottarelli precisa anche che non tutti gli studi concordano sul fatto che nel 1861 i redditi pro-capite di Nord e Sud fossero simili), ma che sicuramente pesa sullo sviluppo del Paese.

7. Settimo peccato: la difficoltà a convivere con l’euro

In passato l’Italia aveva un costo del lavoro e un tasso di inflazione più alto della Germania perché si svalutava la lira rispetto al marco tedesco. Oggi non è più possibile e invece di agire sui costi di produzione si è pensato ad altro. Il risultato: l’export tedesco ha impennato, quello italiano così così.

«In parte sono responsabilità nostre – dice Cottarelli – in parte della Germania. A inizio decade la spesa pubblica è aumentata molto per gli aumenti salariali. Il divario sulla competitività ha raggiunto anche i 30 punti percentuali. Credo che uscire dall’euro non sarebbe la soluzione perché molto costoso, mentre esistono soluzioni alternative». L’effetto della svalutazione è reale a patto che i salari rimangano gli stessi, ma se i salari non aumentano cala il potere d’acquisto. Inoltre con la lira sarebbe ancora più costoso importare il petrolio, innescando meccanismi pericolosi. Altro aspetto: «Se sono indebitato in euro e vengo pagato in lire, il mio debito è più elevato. Se il debito viene trasformato in nuove lire ci rimette il creditore. La stessa cosa vale per il debito pubblico. Inoltre esperti dicono che ci vorrebbe almeno un anno per creare un nuovo sistema di pagamenti non basato sull’euro».

La soluzione è stampare più soldi? «Dopo l’inflazione e la svalutazione bisogna stabilizzare il sistema: con le nuove lire in tasca cosa faccio? Posso pensare che tra un mese varranno ancora meno e allora potrei fare delle valutazioni per tramutarle in euro». Per Cottarelli la soluzione al problema in parte la sta creando la Germania: «Anche lì ora stanno crescendo i costi di produzione, il divario si è già ridotto. Portogallo e Spagna che hanno puntato sul recupero di questo gap, ci sono già riusciti, noi ancora no, per i sei motivi che ho citato prima».

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