Genova non è tutta no e maniman: nella città dove (estate 2016) a causa di una raffica di obiezioni sparata dal Comune non si è riusciti a proiettare dei filmati sul telo che copriva la facciata della Regione in piazza De Ferrari, dove ogni opera trova i suoi oppositori – perfino Euroflora a Nervi e, in corso Italia, lo scolmatore del Fereggiano, torrente che nel 2011 esondando provocò sei vittime – opera un comitato che dice sì. Il suo primo sì è stato per il progetto del Blueprint di Renzo Piano.

«Non è che siamo favorevoli a priori a qualsiasi opera – spiega a Liguria Business Journal Giorgia Mannu, avvocato, che insieme a Claudia Basso, Milena Laviosa e una trentina di persone ha fondato il Comitato Sì Blueprint – semplicemente pensiamo che prima di dire sì o no a un progetto ci si debba informare. Il nostro comitato si è costituito per sostenere il Blue Print. Il progetto ci sembrava affascinante e utile per la città ma erano evidenti esitazioni, contrasti all’interno della stessa giunta comunale, il vicesindaco Bernini avanzava delle riserve mentre l’assessore Piazza era favorevole, e si diffondevano voci contrarie tra grillini e ambientalisti. Abbiamo voluto informarci, vedere vantaggi e svantaggi, capire gli effetti dell’opera anche quartiere per quartiere. Abbiamo incontrato più volte gli architetti dello Studio Piano, che sono stati molto gentili, ci hanno spiegato ogni risvolto del progetto. Da notare che siamo stati noi a cercarli, Renzo Piano ha donato il Blue Print alla città e ora tocca ai genovesi portarlo avanti».

Progetto del Blueprint

Convinti dell’utilità del progetto, Basso, Laviosa, Mannu e gli altri hanno costituito il Comitato Sì Blueprint, promosso incontri pubblici, molto partecipati, per illustrarlo, e incontrato le istituzioni. «Con il sindaco Bucci – ricorda Basso – abbiamo avuto diversi colloqui».

La nuova giunta guidata da Bucci non è tormentata dai dubbi come l’amministrazione precedente, il progetto va avanti, è diventato quello del Waterfront di Levante e si sta sviluppando. Certamente non sarà facile arrivare al traguardo, occorrerà un’operazione complessa, con il coinvolgimento di privati, ma è manifesta la volontà degli amministratori di realizzare l’opera.

Non per questo il Sì Blueprint ritiene di avere perso la sua ragione di esistere. E non solo perché il progetto del waterfront ha ancora un lungo cammino da percorrere ma perché occupandosi di opinione pubblica e progettualità il Comitato ha scoperto la sua missione di fondo. Quella di aiutare il cittadino a misurarsi razionalmente con i progetti di nuove opere, che inevitabilmente avranno impatto sulla sua vita e su quella dei suoi figli. Informarsi, valutare, e poi dire sì o no.

«Lavorando al Blue Print – spiega Basso – ci siamo accorti che molte persone dicono no a un progetto in maniera superficiale, suggestionate da uno slogan o per semplice diffidenza, alimentata dalla mancanza di informazioni. A volte è sufficiente informare i cittadini in modo corretto ed esaustivo perché le ostilità verso un’opera vengano meno. D’altra parte noi non siamo un’istituzione né un partito politico, quindi non suscitiamo certe diffidenze. Ed essendo di varia formazione, per esempio noi tre siamo una avvocato, un’altra esperta di marketing e la terza insegnante di matematica, dialogando tra noi abbiamo imparato a usare un linguaggio comprensibile a tutti. Ci piace rivolgerci alle fonti qualificate, e non raccogliere informazioni di seconda mano, formulare delle valutazioni e divulgarle».

Cantiere di Fegino del Terzo Valico

Chi sente questa vocazione a Genova trova facilmente l’occasione di impegnarsi. Non mancano le grandi opere e quasi tutte hanno i loro oppositori, forse soltanto la ristrutturazione del Nodo ferroviario, almeno per ora, non suscita ostilità. Il Terzo Valico, pur atteso da decenni e decisivo per il porto e per lo sviluppo della città sì, eccome. Gruppi organizzati di “No Tav” erano stati determinanti per l’elezione a sindaco di Marco Doria, e anche per la debolezza della sua giunta, e sono sempre attivi, inoltre parte della popolazione dei territori coinvolti nei lavori deve subire disagi personali  in vista di benefici collettivi. E opporsi a una grande opera per alcuni giovani è segno di finezza intellettuale. A ogni scoperta di pietra verde o vena d’amianto nella galleria è tutto un fiorire su Facebook di commenti compiaciuti. Atteggiamento che ha radici nell’ecologismo anticapitalista sviluppatosi a cavallo tra i decenni Sessanta e Settanta per mettere in discussione la “società consumistica” ed esaperare le contraddizioni del “sistema”. Oggi sono arrivati i grillini che, forse anche a prescindere da questi lasciti culturali, sono contrari al Terzo Valico. E potrebbero andare al Governo. Hanno ribadito il loro no Luigi Di Maio e l’M5S ligure: l’opera è “uno scempio” da fermare.

A questo punto il Comitato è diventato Sì Terzo Valico e ha recuperato lo schema adottato per il Blue Print. Con una variante. I suoi promotori hanno lanciato sulla piattaforma Change.Org una petizione diretta a Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria. Il risultato è notevole, e probabilmente indicativo delle aspettative dei cittadini genovesi, al di là dei loro orientamenti: in una settimana sono arrivate 6.649 adesioni.

«Un successo – commenta Laviosa – che francamente non ci aspettavamo. Perché le firme sono state raccolte in una settimana. Ora abbiamo chiuso l’appello, avendo ottenuto lo scopo, e ragioniamo su quello che è successo. Pensavamo firmassero gli operatori del porto, che in effetti hanno firmato, ma hanno messo il proprio nome tantissimi cittadini sconosciuti. Sono arrivate adesioni anche da fuori della Liguria. Molti hanno capito che di quest’opera il porto di Genova non può fare a meno. Il Terzo Valico collegato alla linea ferroviaria che porta alla Svizzera, consentirà la realizzazione di treni lunghi 750 metri, oggi non proponibili a causa di una pendenza elevata e di una serie di limiti strutturali quali gallerie più basse per le dimensioni attuali dei container. Dire no significherebbe vanificare ingentissimi investimenti e il lavoro di anni su un’infrastruttura ormai in stato di avanzamento, giunta al quarto lotto su sei e interamente finanziata. Giustamente Davide Viziano quando avevamo presentato in Sala Trasparenza i risultati dell’appello aveva fatto notare che il danno causato da uno stop ai lavori per il Terzo Valico, calcolando le penali da pagare alle imprese, la cassa integrazione per i lavoratori, i due miliardi già spesi, si può stimare sui 2,5 miliardi di euro».

Il tratto di montagna già scavato potrebbe forse essere adibito alla coltivazione di funghi champignon ma difficilmente questo nuovo impiego compenserebbe la perdita di 2,5 miliardi di euro. Comunque, Toti e Bucci alla presentazione dei risultati dell’appello hanno espresso vivo apprezzamento per l’iniziativa del Comitato ma anche ottimismo circa la realizzazione dell’opera. Si vedrà. Il Comitato intanto prosegue nella sua battaglia. E altre si profilano al suo orizzonte. Per la Gronda i cantieri dovrebbero aprirsi a fine 2018. E c’è da costruire la nuova diga foranea del porto di Genova. Graziano Delrio, quando era ministro delle Infrastrutture, non aveva dubbi sull’opportunità di finanziarla. Ma il nuovo Governo?

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