Bastano un paio di immagini per capire che i lavori di posa della fibra ottica a Genova sono tutt’altro che a regola d’arte (in fondo una corposa fotogallery). I cedimenti del terreno a distanza di poche settimane dalla chiusura dei cantieri lo dimostrano, per non parlare della tradizionale mattonata ricoperta con l’asfalto. Basta aver avuto per un paio di giorni gli operai sotto casa per capire che anche i cantieri non erano allestiti secondo le più elementari norme di sicurezza. Per questo le organizzazioni sindacali hanno chiesto una commissione ad hoc al Comune di Genova anche con l’obiettivo di incontrare le aziende che appaltano questi lavori: Open Fiber (50% Enel, 50% Cassa depositi e prestiti), Fastweb, Tim e ora anche Infratel (100% Invitalia, società inhouse del ministero dello Sviluppo economico, opera in zone a fallimento di mercato), che porterà la fibra sulle alture di Genova.

Con uno slogan efficace “Dietro la fibra ottica il Medioevo“, Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil Genova, portano a galla tutto ciò che non va in questi appalti, a partire dai contratti con cui queste imprese che arrivano da fuori Liguria, inquadrano i lavoratori: multiservizi, metalmeccanico, persino colf e badanti o agricoli. Tutto tranne che il contratto dell’edilizia, più oneroso, ma a garanzia sia dei lavoratori, sia della collettività. «Sarà il Comune a dover rimediare ai danni causati da questi scavi fatte da persone non competenti – dice Andrea Tafaria, responsabile territoriale della Filca Cisl Genova – con i soldi dei cittadini». Le cifre di investimento sono notevoli: 60 milioni per Open Fiber secondo i rappresentanti delle sigle sindacali, 40 milioni per Infratel. Quello che è certo è che le aziende liguri non sono coinvolte.

I sindacati dicono di ignorare le modalità di aggiudicazione delle gare, né se queste riguardino importi sopra o sotto la soglia dei 2 milioni di euro (al di sotto della quale è possibile procedere con il massimo ribasso).

Quello che è certo, dai controlli fatti, è che «il personale lavora 12-13 ore al giorno, senza soste nella pausa pranzo. Non alloggiano in albergo, probabilmente in appartamenti. Non sanno fare i movieri, mettendo a rischio il traffico veicolare. Spesso i lavoratori non vengono pagati e le aziende, dopo due o tre mesi, spariscono o cambiano nome».

Da sinistra Marante, Tafaria, Trapasso

Per Fabio Marante, segretario generale della Fillea Cgil di Genova e Liguria sarebbe necessario che le stazioni appaltanti condividessero le modalità di aggiudicazione come è stato già fatto per il dissesto idrogeologico o gli appalti di manutenzione reti gas e acqua: «Questa caterva di investimenti giusti potrebbe rappresentare una concreta opportunità di sviluppo per le imprese qualificate, invece no».

Sui costi collettività il Comune si era già espresso tempo fa: circa 1,6 milioni di danni. Un costo destinato ad aumentare probabilmente, visto il migliaio di richieste di apertura cantieri nel Levante che arriveranno agli uffici, «ma il problema – sottolinea Mirko Trapasso, responsabile territoriale Fenal Uil Genova – è che in questo caso vale il silenzio-assenso. Tursi inoltre ha solo 5-6 uomini che possono vigilare, ecco perché si verificano queste situazioni». Il piano per la posa della banda larga prevede la non corresponsione al Comune del pagamento per la rottura del suolo: «Ci può stare, ma occorre che il lavoro venga fatto bene».

Oltre alla rottura continua di tubi delle acque bianche, nere e del gas, i sindacati segnalano un altro aspetto da brividi: la rete sotterranea di fibre ottiche non è tracciata, in caso di fuga di gas o altre emergenze c’è il rischio di danneggiare tutto.

Tafaria evidenzia anche un metodo di lavoro totalmente inadeguato: «Per ricoprire lo scavo usano lo stesso materiale, invece occorrerebbe che la terra di risulta andasse in discarica e sostituita con una nuova, inoltre non costipano, ossia schiacciano bene il materiale e, dopo il passaggio di auto e mezzi pesanti, si crea uno sprofondamento inevitabile. Da regola bisognerebbe intervenire con il definitivo a distanza di cinque-sei mesi. Probabilmente l’azienda sarà già chiusa».

Anche lo smaltimento lascia a desiderare, per usare un eufemismo: a Fegino, un paio di settimane fa, sono stati abbandonati cavi accanto a un bidone della spazzatura in via Ferri.

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