In Italia ci sono 37 mila leggi in vigore secondo l’ufficio studi della Camera dei Deputati, una cifra al ribasso perché riguarda solo le leggi nazionali e non tutto il resto (direttive europee, regolamenti, leggi regionali).

Nel Paese dove lo Stato norma tutto, anche le camicie da notte per questioni doganali, o definisce l’ovvio, come per esempio cosa s’intende per maiale da macello, paradossalmente c’è sempre lo spazio per l’interpretazione che aggira i divieti.

Sono questioni messe a fuoco nel corso dell’incontro “Cultura d’impresa e burocrazia”, organizzato da Fabrizio Galluzzi, presidente del settore Terziario di Confindustria Genova,  nella sede di via San Vincenzo.

«Il settore pubblico – ha detto Galluzzi –  pensa più a tutelare se stesso attraverso la procedura, che al raggiungimento del risultato».

Il tema è sempre attuale, i numeri della classifica del doing business (vedi tabella qui sotto), forse la fonte più accreditata per fare paragoni in questo ambito, sono impietosi (tra 5 giorni uscirà l’edizione 2018).

«La prassi in Italia è essere spaventati dal vuoto normativo, si investe su una sovrastruttura di controllo piuttosto che su una produttiva – aggiunge Galluzzi – occorre riportare il focus sul “fare”, ovviamente rispettando le regole».

Paolo Bracalini, giornalista, autore del libro “La Repubblica dei mandarini – viaggio nell’Italia della burocrazia, delle tasse e delle leggi inutili”, ha rincarato la dose: «Ci sono state 7 riforme della Pubblica Amministrazione negli ultimi decenni, ma in realtà le procedure sono rimaste le stesse. La macchina pubblica lavora senza obiettivi e a difesa di se stessa, per questo il sistema è diametralmente opposto a quello che servirebbe per la libertà di impresa, per l’innovazione, per il rischio d’impresa».

La riforma Madia, secondo Bracalini, è già un flop: «Le leggi originarie sono smontate dalla grande burocrazia dietro ai ministeri, che si occupa dei decreti attuativi. La legge Madia avrebbe dovuto introdurre finalmente il meccanismo del merito attraverso incentivi e premi, invece è stato tutto annacquato, delegato alla contrattazione dentro a ogni amministrazione». In sostanza i dirigenti continuano a esserlo a vita e non rispondono delle mancanze di performance. Per Bracalini occorrerebbe ridurre il perimetro di competenza dello Stato, lasciando fare al mercato ciò che non è davvero indispensabile.

La corruzione

«La proliferazione di regole è terreno fertile su cui cresce la corruzione», sottolinea Bracalini. Le leggi, secondo il giornalista, sono spesso inutili, scritte male, contraddittorie, ma per cambiarle occorre mettere in moto il Parlamento.

C’è un’altra questione da non sottovalutare: l’Anac (Autorità nazionale per l’anti corruzione), sta diventando un organo che sfugge al tradizionale circuito democratico, le cui raccomandazioni sono di fatto paravincolanti.

Per restare in tema corruzione, il recente nuovo codice antimafia è già sotto i riflettori per l’estensione dell’area delle misure personali e patrimoniali (tra cui la confisca dei beni) a chi è anche solo indiziato di associazione a delinquere finalizzata a peculato, corruzione propria e impropria, corruzione in atti giudiziari, concussione e induzione indebita, oltre allo stalking.

Lorenzo Cuocolo, avvocato amministrativista, ha provato a diffondere un po’ di ottimismo: «La legge 180/2011 ha introdotto il principio ancora sconosciuto di misurazione degli oneri amministrativi. In sostanza a ogni nuova legge occorre calcolarli».
Entro gennaio i vari settori della P.A., stilano un report che dimostri quanti nuovi oneri sono  stati creati e quanti ridotti. Il bilancio deve terminare almeno in pareggio. Tutti i bilanci confluiscono alla presidenza del Consiglio che avrà sott’occhio la situazione completa. «Funziona sino a un certo punto – confessa Cuocolo – non tutti i ministeri sono parimenti sensibili. Eppure è un sistema diffuso in tutta Europa. Addirittura in Gran Bretagna si è sostituito con il il “one in – two out” e “one in – three out”, per una riduzione stimata di 10 miliardi di sterline di oneri amministrativi entro il 2020. Un meccanismo simile è attivo in Francia e Germania».

Per la redazione dell’ultimo report si è fatto un ulteriore passo avanti, sono state coinvolte le associazioni di categoria e i consumatori. «C’è anche però il grande tema della semplificazione percepita – ha evidenziato Cuocolo – se il messaggio della semplificazione non arriva è inutile».

Da qualche anno è inoltre possibile chiedere il “danno da pubblica amministrazione”, che tuttavia però non sempre è riconosciuto. «La Pubblica Amministrazione – ha ribadito Cuocolo – deve essere per forza formale, perché altrimenti si rischiano favoritismi, quello che è da evitare è la molestia amministrativa».

I relatori dell’incontro “Cultura d’impresa e burocrazia”

Tra le criticità sollevate dal mondo delle imprese c’è l’assenza degli oneri fiscali tra quelli misurati nei report. Il governo, ha ricordato Cuocolo, si è detto disponibile a rivedere la normativa; stesso discorso per i cosiddetti oneri di compliance (conformità a determinate norme, regole o standard).

«Siamo il Paese che mette la parola “assolutamente” davanti a vietato, un termine che non avrebbe bisogno di un rafforzativo – secondo Giancarlo Turati, vicepresidente della Piccola industria di Confindustria nazionale – è chiaro che il cambiamento di mentalità deve essere a tutti i livelli. Anche nella nostra associazione abbiamo notato dei meccanismi di autoconservazione. La politica di Confindustria oggi è non andare contro, ma essere a fianco al legislatore per fare in modo che le imprese non siano penalizzate».

Turati non risparmia critiche: «Siamo bravi a dire ciò che devono fare gli altri finché non siamo toccati sul vivo, com’è accaduto per esempio nelle mancate riforme sugli avvocati o i tassisti. Per fare un altro esempio: la regola europea di pagare le fatture a 30 giorni, in Italia è spesso ignorata. O si fa un salto culturale tutti insieme o non si cambierà mai».

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