Prosegue a ritmo moderato, ma apparentemente costante, il rialzo del cambio euro-dollaro, che, il 18/06, supera un’altra resistenza a 1,15 (massimo degli ultimi 2 anni), con il rendimento del bund decennale tedesco (a inizio luglio tra 0,24% e 0,30%) arrivato in area 0,60% e quello del Btp decennale in area 2,20%-2,30% (spread tra 160 e 170 punti base).

Oltreoceano, in modesto calo il rendimento del decennale statunitense in area 2,30%. Gli investitori si interrogano sulle prossime mosse delle banche centrali. La presidente della Fed, Janet Yellen, nella sua ultima audizione al Congresso la scorsa settimana, pur con toni benigni, ha dichiarato che l’economia statunitense è incamminata su un percorso di crescita robusta (come da ultimo rapporto mensile Beige Book sui 12 principali distretti economici del Paese e visti anche i buoni dati della produzione industriale, cresciuta a giugno dello 0,4% rispetto a maggio) e che, pertanto, vi sono le condizioni per ulteriori rialzi dei tassi ufficiali nei prossimi mesi.

In Europa, occhi puntati sulla riunione Bce di giovedì 20 luglio, da cui gli operatori intervistati da Bloomberg si attendono tassi di riferimento invariati e il mantenimento delle attuali dimensioni del piano di acquisto di titoli governativi e societari a media e a lunga scadenza (quantitative easing), rimandando qualunque decisione al riguardo alla successiva riunione del 7 settembre; gli analisti si aspettano anche che Draghi tenderà a mettere in risalto la necessità per i prossimi mesi di un approccio molto graduale nella rimozione della liquidità immessa sul mercato negli ultimi anni, per evitare che si ripetano le turbolenze osservate di recente sui mercati obbligazionari e valutari.

Gli operatori si sforzano ogni volta di interpretare le “giuste parole o frasi” dei banchieri centrali per decifrare la data di avvio, l’intensità e la durata di “exit strategy” o “tapering” ovvero del ciclo, comunque ineluttabile per i prossimi mesi, di “graduale di normalizzazione” delle politiche monetarie ovvero di “graduale riduzione degli acquisti di titoli governativi e societari a media e a lunga scadenza”.

Ma, allo stato attuale, i banchieri centrali di Usa e Ue, ma anche Gran Bretagna, Svizzera e Giappone, non sono stati particolarmente illuminanti, anche perché alcuni dati economici in uscita, pur nel contesto di un’economia globale in generale moderata ripresa, presentano ancora situazioni di chiaroscuro, a cominciare dai tassi d’inflazione che, ancorché più elevati di un anno fa, hanno subito (soprattutto, nei Paesi sviluppati, come Usa e Ue) un sensibile ridimensionamento negli ultimi mesi, a causa della correzione dei prezzi del petrolio (che, però, nelle ultime settimane, hanno cercato di stabilizzarsi sopra i 44-45 dollari al barile per il Wti di Chicago ed i 47-48 per il Brent di Londra).

In Europa, i dati dal mercato del lavoro di alcuni Paesi membri appaiono ancora fortemente eterogenei (con criticità evidenti, per esempio, in Italia, sul fronte della disoccupazione giovanile), mentre, negli Usa, sono arrivate indicazioni deludenti dalle vendite al dettaglio di giugno (-0,2% su maggio) e dagli indici mensili di fiducia consumatori rilevati dall’Università del Michigan.

A pagare, dunque, il conto di tali incertezze è stato il cambio del dollaro statunitense contro l’euro, mentre contro lo yen giapponese, il biglietto verde cerca di resistere in area 112, dopo avere, però, fallito il superamento di area 114 (113,99 lo scorso 10 luglio).

In Cina, invece, la situazione congiunturale è risultata decisamente più robusta delle attese, con una crescita superiore alle previsioni dei nuovi prestiti in yuan, dei dati import/export, vendite al dettaglio e produzione industriale. Il Pil del II trimestre è così cresciuto del 6,9%, oltre le previsioni di un +6,8%, nonostante un tasso di inflazione fermo all’1,5% e un tasso di espansione del 9,4% dell’aggregato monetario M2, inferiore alle attese. Nel complesso, dati positivi che hanno permesso un’ottima performance settimanale del comparto azionario emergenti (+3,79%), con rialzi significativi per Cina (+4,62%) e Latin America (+5,24%).

In rialzo i mercati azionari statunitensi ed europei, con il tentativo di recupero in atto del comparto energetico e materie prime e, in Europa in modo particolare, di quello finanziario, in cui hanno certamente contribuito gli sviluppi positivi dal salvataggio, concordato tra governo italiano e autorità di vigilanza europee, delle banche venete e del Monte Paschi di Siena, che potrebbe così riapprodare in Borsa (con lo Stato Italiano primo azionista) da metà settembre.

Iniziata negli Stati Uniti la stagione delle trimestrali societarie: nel primo trimestre scorso, con una crescita degli utili anno su anno superiore al 14% per le aziende dell’S&P 500, gli spunti migliori erano arrivati dai settori tecnologico e finanziario; per questo secondo trimestre le attese degli analisti sono più contenute tra un + 2% e un +5% di crescita degli utili e l’inevitabile confronto con le “anemiche” trimestrali dello stesso periodo dell’anno scorso non dovrebbe creare problemi.

A livello globale, rimane, però, sempre bassa la volatilità implicita dei principali indici azionari, a cominciare dall’S&P500 (Vix 9,81), con il rischio di improvvisi rialzi, a seguito di eventuali fasi di correzione tecniche di breve periodo degli indici che, tipicamente, non da escludere per il bimestre agosto-settembre, invitano alla cautela nell’allocazione del portafoglio, per la quale, comunque, gli esperti confermano, in ottica di medio periodo, un approccio costruttivo alle asset class azionaria, soprattutto, europea, e obbligazionaria “high yield” e “governativa emergente” (con durate a media o a breve scadenza e copertura selettiva del rischio valutario).

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