Vale per l’Italia tutta quanto per la Liguria con Genova in testa. Lavoro regolare, lavoro in nero, assegni di disoccupazione, questue, regalie e se vogliamo, anche il frutto di qualsivoglia altra attività: il denaro in possesso degli immigrati ha una valenza enorme per il nostro Paese.

I puri dati ufficiali raccolti da Bankitalia e relativi alle sole rimesse effettuate degli immigrati, quanto cioè chi lavora in Italia manda al proprio paese tramite canali misurabili (banche, poste, money transfert), sono arrivati vicino allo 0,5% del prodotto interno lordo. Una cifra importante, circa 5,3 miliardi di euro nel 2014, in diminuzione apparente dopo il record dei 7miliardi nel 2011. Il pro capite – parliamo di rimessa media – è di poco superiore ai 1.000 euro. Ma ci sono tanti “ma”, che la Banca d’Italia ha profondamente studiato e pubblicato (“Le rimesse dei lavoratori stranieri in Italia: una stima dei flussi invisibili del canale informale”) per spiegare come, quanto e perché i dati ufficiali rappresentino solo una parte di ciò che davvero, in termini di denaro, lasci il nostro Paese per raggiungere altri lidi. Perché una parte “non trascurabile” va via in contanti o con altre forme, definite “artigianali” e non rilevabili.

La differenza tra quanto parte con bonifico e quanto con altri sistemi è determinata in particolare dalla distanza del paese d’origine dell’immigrato. La rimessa media verso i paesi più vicini (esempio Romania, Albania, Tunisia e Marocco), ammonta a 400 euro, quella verso gli stati d’appartenenza più lontani sfiora i 3.000.

A dettare le scelte dell’immigrato sul modo di spedire il denaro interviene in maniera decisiva il livello socio-economico. A volte il costo dell’operazione (e chissà se non anche la tracciabilità del bonifico) invita a utilizzare altri sistemi o maniere di far partire i soldi destinazione casa. Resta il fatto che con questo modo di agire, studiato su conteggi empirici con punti di partenza scientifici, escono dal “giro d’affari” nazionale ulteriori 700 milioni di euro, il 75% dei quali verso quei paesi più vicini al nostro sopra indicati. Bankitalia, nel corpo dello studio rileva che, secondo lo stesso modello che ha permesso di riconoscere la cifra di uscite non ufficiali dall’Italia “il peso dei flussi invisibili risulterebbe diminuito di circa il 20 per cento nell’arco dell’ultimo decennio. Ciò è probabilmente dovuto da un lato alle politiche di abbattimento del costo dell’invio di denaro tramite intermediari ufficiali e, dall’altro, al naturale processo di integrazione dei migranti all’interno della comunità economica del paese ospitante, di cui l’inclusione finanziaria è uno degli aspetti principali”.

E Genova? Dalla sola Città Metropolitana e Provincia, nel 2015, (fonte Banca d’Italia) sono regolarmente partiti poco meno di circa 115 milioni di euro, poco più di 100 verso soli 19 paesi.

Le sorprese non mancano, anche perché, a volte – ma forse per quanto si descriveva sopra – le distanze dalla madrepatria giocano un ruolo fondamentale. Il Paese top per le rimesse degli immigrati resta l’Ecuador. Nel 2015 sono stati spediti da Genova 31 milioni di euro, contro i 27,3 dell’anno precedente. Un aumento abbondante, difficile da spiegare, visto che la comunità è quella numericamente più importante e storicamente più radicata e che la crisi dell’edilizia e dell’aumento di badanti provenienti da altre nazioni, ha di non poco ridotto i redditi familiari. Segue la Romania con 11,5 milioni. Terza posizione la occupa il Senegal con 8,5 milioni. Enorme il balzo in avanti del Bangladesh, che è passato in un anno da 4,5 a 7,2 milioni, poi viene il Perù con 6,4 milioni, il Marocco con 6 milioni, la Repubblica Dominicana con 4,6 milioni. Tutti compresi fra i 2 ed i 3 milioni di euro ci sono Sri Lanka, Brasile, Pakistan, Ucraina e India. La Colombia ha superato i 3,5 milioni mantenendo una percentuale fra le più alte delle comunità sudamericane.

Due i dati sorprendenti: la comunità tunisina manda a casa meno di 800 mila euro, la cifra minore tra le comunità numerose.

Poi la Cina. I cittadini del colosso asiatico hanno progressivamente ridotto le rimesse verso Pechino. Solo 2,8 milioni nel 2015, contro i 3,1 ed i 3,5 degli anni precedenti. La causa ha letture diverse e difficili. Meno giro d’affari nelle attività commerciali? Diminuzione di interesse della città nelle strategie economiche dagli occhi a mandorla?

In Liguria gli stranieri occupati sono circa 68 mila, pari al 15% del totale dei lavoratori sul territorio, quasi la metà a Genova. Il flusso complessivo delle rimesse di questi lavoratori della Lanterna, nel 2011 ha superato i 97 milioni di euro, e raggiunto i 100 milioni nel 2012. Poco meno di 110 nel 2014, 115 milioni nel 2015. Erano molto meno della metà solo nel 2005.A livello regionale i liquidi netti guadagnati dai lavoratori stranieri e partiti verso altri lidi sfiorano 190 milioni. Le occupazioni? Operai, muratori in massima parte gli uomini. Servizi alla persona le donne. Quello delle/dei badanti, in parte percentualmente maggiore, è il lavoro più svolto. In una città che cambia le analisi macroeconomiche si sprecano.

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