Tre consiglieri dell’M5S nel consiglio comunale genovese hanno lasciato il gruppo, ridotto ora a due, e ne hanno formato uno nuovo. Sono Mauro Muscarà, Emanuela Burlando e l’ex candidato sindaco ed ex capogruppo Paolo Putti. I consiglieri rimasti, Andrea Boccaccio e Stefano De Pietro, hanno reagito senza rancore. “Ringraziamo Paolo, Emanuela e Mauro – si legge in un comunicato dei due consiglieri – per il tanto proficuo lavoro svolto assieme, agli attivisti e a tutti i cittadini in questi quattro anni e mezzo d’incarico. Per i mesi restanti alla fine del ciclo amministrativo, rinnoviamo il nostro impegno a perseguire il programma M5S in ogni sede istituzionale e sostenere l’appassionante campagna elettorale che c’aspetta sulle strade del nostro Comune”.

Ci si domanda allora se si presenteranno come gruppo autonomo o faranno parte di un’alleanza di forze politiche alla sinistra del Pd. In passato Putti, in certi momenti, era parso incline a sostenere un’intesa tra M5S e sinistra. Ieri sera, al Cap di via Albertazzi, l’incontro tra Doria e Pisapia non ha mostrato prospettive chiare e un gran potenziale aggregante.

Altra domanda è: quanta forza avrà Effetto Genova? Putti è molto conosciuto e radicato sul territorio ma l’elettorato grillino tende a votare il brand piuttosto che le persone. E a certe dinamiche finora è sembrato poco sensibile. La vicenda infelice di Raggi a Roma e quella pagliaccesca di Grillo al Parlamento europeo sembra, stando ai sondaggi, che abbiano appena scalfito il consenso per i Cinque Stelle. In realtà Putti e i suoi corrono il rischio di diventare irrilevanti, da soli o all’interno di una coalizione.

Le incognite non riguardano soltanto Putti e l’M5S. Il Pd è ancora in alto mare, e in un mare piuttosto agitato. Si cerca una candidatura unitaria, mentre Simone Regazzoni,  autocandidato non gradito al gruppo dirigente, rimane in campo, pronto a sfidare chiunque si presenti. La figura unitaria eviterebbe un confronto con Regazzoni su temi che probabilmente il Pd preferirebbe non approfondire. In ogni caso, per trovare un candidato unitario occorre una maggioranza qualificata in assemblea, quindi una convergenza con i renziani di Pippo Rossetti che, però, sono in fermento. Il segretario provinciale Alessandro Terrile, e Michele Malfatti, renziano, responsabile Ambiente all’interno della segreteria, sono stati incaricati di trattare con le altre componenti del centrosinistra di individuare il candidato sindaco. Finora Terrile e Malfatti non avrebbero individuato una figura convincente per i renziani. E non hanno trovato un’intesa con le sinistre.

Luca Pastorino di Possibile ha ribadito pubblicamente il no del suo partito ad alleanze con il Pd.

Rete a Sinistra terrà un’assemblea domani in cui, dicono i suoi dirigenti, si parlerà di programmi e non di alleanze.

Un candidato che potrebbe essere gradito a Rete a Sinistra – beninteso, dopo un confronto sui programmi! – sarebbe l’assessore comunale ai Lavori pubblici Gianni Crivello, che del resto non è del Pd ma proviene da Sel. Crivello, insieme ad altri assessori, è al centro della vicenda non esaltante di Ca’ de Pitta, il nuovo mercato del pesce in cui, al momento dell’inaugurazione, si è scoperto che non c’erano spazi di manovra e posti nei parcheggi sufficienti per tutti gli operatori. In ogni caso, non sarebbe intenzionato alla candidatura.

Naviga in alto mare anche la flotta del centrodestra. Pure qui c’è un autocandidato, Stefano Balleari (FdI), ma alla fine deciderà Toti, dopo avere contrattato con i vari esponenti della coalizione. Toti viene da un partito, Forza Italia, in progressivo disfacimento, però ha già vinto le regionali e le comunali di Savona e, secondo un recente sondaggio pubblicato dal Sole-24 Ore, dal giorno della sua elezione ha ottenuto una crescita dei consensi. Non sono molti i governatori a poter vantare un risultato del genere.

Inoltre, il “socio di maggioranza” della sua coalizione è la Lega, ed è verosimile che il partito guidato da Matteo Salvini, dopo avere rinunciato l’anno scorso al candidato per le regionali, a Genova voglia presentare il suo.

Un pensiero diffuso è che per vincere il centrodestra debba presentare un candidato “moderato”. Questa condizione costituirebbe anche un handicap per Salvini stesso  a livello nazionale. Stefano Parisi lo sta dicendo in tutta Italia, e in Liguria da tempo lo sostiene l’ex ministro Claudio Scajola: candidato moderato, programma credibile, niente slogan urlati, ecc… Negli Usa, però, la vittoria di Trump ha dimostrato che non sempre gli elettori disdegnano i candidati che urtano i benpensanti.

Inoltre a Genova la Lega dispone di Edoardo Rixi, assessore regionale allo Sviluppo economico, che è una macchina da voti (più di 11 mila alle ultime regionali) e non è affatto un estremista. Soprattutto non è percepito come tale. E se il governatore ha il suo metodo Toti per mettere d’accordo le varie componenti del centrodestra e portarle alla vittoria, l’assessore ha un suo metodo per affrontare questioni spinose e complesse in cui sono in gioco interessi contrapposti. Ascolta. Ascolta associazioni, aziende, sindacati, cittadini coinvolti nella questione e decide quando ha trovato un punto di mediazione – accettato da tutti – tra le varie esigenze e proposte. Questo metodo a volte ha portato Rixi a schierarsi a fianco della Fiom in difesa di cause dubbie o sbagliate, almeno per certi potenziali elettori del centrodestra, ma in genere gli consente di trovare soluzioni condivise. È improbabile che Rixi incorra in disavventure come quella di Ca’ de Pitta: come minimo, prima di avviare il progetto, l’assessore leghista avrebbe chiesto a grossisiti e dettaglianti di quanto spazio avrebbero avuto bisogno.

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